Italia
Le insegne a colori ma la realtà diventa in bianco e nero
di ANDREA LANINI "Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero" (Wim Wenders). La frase del celebre regista si attaglia alla perfezione alle foto d'archivio che raccontano la Pisa alluvionata...
di ANDREA LANINI
"Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero" (Wim Wenders). La frase del celebre regista si attaglia alla perfezione alle foto d'archivio che raccontano la Pisa alluvionata del novembre '66. L'acqua dell'Arno opera una divisione manichea tra ciò che si salva e ciò che viene deturpato dal fango. L'impronta della piena stampiglia ovunque un discrimine orizzontale tra buio e luce, tra "prima" e "dopo", creando un bizzarro cortocircuito temporale che spezza, ramifica, scinde il destino delle cose, oltre a quello delle persone. Come se nulla fosse accaduto: in alto, le insegne luminose, le scritte sui tendaggi, i manifesti pubblicitari continuano a gridare i loro slogan, a richiamare avventori e clienti col sorriso di grafiche sgargianti: come quelle, già elegantemente vintage cinquant'anni fa, della storica distilleria pisana Mugnetti, in attività dal 1909 e nota per la sua "Sambuca finissima", per il suo liquore "Sirena", ammaliante già dal nome, per il suo "Ponce al mandarino!". Le réclame delle bottiglie Mugnetti: nei giorni seguenti la tracimazione del fiume, dalla porzione non sfregiata delle facciate dei bar, promuovono allegre la loro mercanzia, come se, pochi centimetri più in basso, il mondo non avesse cambiato colore.
Lì, in mezzo alla melma, tra quelle saracinesche chiuse, tra quelle vetrine dall'aria sconfitta, arresa, coi sacchi di sabbia piazzati inutilmente davanti a ingressi deserti, nessuno ha voglia di degustare imperdibili bevande, né di provare cappotti o cappellini alla moda, né di acquistare orologi o scarpe. La luce, il buio: i negozi di Pisa divisi a metà, e la parte superiore non si è accorta che l'altra è in ginocchio. In centro, tanti negozi subiscono, a causa dell'alluvione, un colpo tremendo, in molti casi fatale. In città, come in gran parte della provincia, i danni risultano subito di proporzioni catastrofiche. In Corso Italia, in Borgo, sui lungarni, i fondi vengono in gran parte invasi dall'acqua. L'inondazione rovescia la normalità delle cose, stravolge l'anima degli esercizi commerciali costringendola a denudarsi agli occhi di tutti. La merce che ancora può essere salvata viene portata, più o meno al sicuro, all'esterno, sulla strada, sui marciapiedi, dove si accatastano scatole, sacchi, casse, arredi. È così anche alla "Casa della Penna" dei Daumiller, in Corso Italia. La parte bassa degli interni è devastata: non resta che spalare, spazzare, lavare, ripulire.
Il lavoro frenetico di tante mani. La disperazione fa scattare la solidarietà. «Babbo e nonno ci hanno raccontato che in tanti, in quelle ore, si presentarono in negozio per offrire il proprio aiuto - racconta oggi Lorenzo Daumiller, nipote del fondatore della ditta, Framan - Il materiale che poteva essere recuperato doveva essere subito portato all'aria, al sole. Da soli, i miei non ce l'avrebbero fatta». In quelle ore, raccontò al Tirreno Alessandro Carrozza, allora direttore dell'Associazione commercianti della provincia di Pisa, «alle ombre della desolazione del centro cittadino deturpato dal fango e dai detriti, s. i affianca la luce di una solidarietà che ebbe il sopravvento su tutti gli altri sentimenti. Conservo gelosamente una cartolina che mi è stata inviata da una commerciante che, dopo avermi trovato sulla porta del suo negozio il 6 novembre del '66, mi abbracciò e pianse sulla mia spalla, avendo perso in una notte tutto quello che aveva. Io non feci niente se non piangere con lei. Sarebbe bello se i commercianti nelle generazioni future la forza d'animo e il coraggio di quei momenti».
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