Sicurezza
Industria e agricoltura in ginocchio, acqua e fango le imprigionano
di ANDREA LANINI Scatti in bianco e nero che sembrano, di colpo, far arretrare l'orologio della storia di almeno un ventennio. Anziché il 1966, gli anni dell'immediato dopoguerra: mezzi militari in...
di ANDREA LANINI
Scatti in bianco e nero che sembrano, di colpo, far arretrare l'orologio della storia di almeno un ventennio. Anziché il 1966, gli anni dell'immediato dopoguerra: mezzi militari in transito lungo strade dissestate, famiglie sfollate, gli occhi spaesati di chi ha dovuto raccogliere alla meglio le proprie cose in poveri sacchi.
Tutt'intorno, campagne desolate: il volto di una ruralità su cui galleggiano i mesti vapori della miseria, dell'arretratezza. Come in certi film del nostro neorealismo, come in “Riso amaro” di Giuseppe De Santis. Senza però la provocante avvenenza della mondina Silvana Mangano, conturbante prototipo della procace bellezza di quei tempi. E l'acqua non è quella delle risaie di Vercelli, ma quella dell'alluvione del 4 novembre di 50 anni fa.
Acqua dappertutto: il fangoso trait d'union che lega le immagini che Il Tirreno vi presenta stamani. Acqua che copre e devasta i terreni coltivati. Che lambisce le finestre delle case. Che scorre lungo le vie dei centri urbani. Che trasforma le abitazioni in prigioni temporanee e, al contempo, in salvifici rifugi.
In ginocchio l'agricoltura, in ginocchio la piccola e grande industria. La sera di venerdì 4, a Pontedera, la Piaggio è sott'acqua. Nel distretto del cuoio, decine di aziende rischiano il tracollo. Anche a Castelfranco di Sotto, che vedete ritratta nelle ore dell'inondazione: un trattore sta trasportando in salvo un carico di pellame, sotto gli occhi vigili di un militare che smista il traffico. Qui, tanti operai faranno l'impossibile per salvare le loro aziende. Negli istanti immediatamente seguenti l'esondazione dell'Arno, tra Castelfranco e Santa Croce si forma una poderosa catena umana per portare tonnellate di sale dalla zona di Volterra. Servono per conciare, in una disperata lotta contro il tempo, le oltre duecentomila pelli fresche che il fango ha sommerso e che rischiano di rovinarsi.
Ma gli “angeli della pelle” riusciranno nella loro impresa. Il distretto del cuoio si rimetterà in piedi a tempo di record. A Santa Croce, l'Arno ruppe la notte del venerdì. «La piena risparmiò, si può dire miracolosamente, il centro cittadino», raccontano le pagine di “Diluvio sul pian di Pisa”, «ma dilagò a valanga nella zona industriale e la sommerse, riversandosi nei pingui magazzini stivati di pellami e merci. Sui muri delle concerie è rimasta una balza rossastra: è il livello dell'acqua segnato dal tannino e dalla nafta, è la tragica “firma” dell'Arno sul dorso di questa industre cittadina piagata ma non piegata dalla tragedia.
C'è ancora l'acqua e già i santacrocesi cercavano di smontare i motori delle macchine. Per il resto fu una gara con l'orologio: bisognava buttarsi sulle pelli e salvarle (nei magazzini ce n'erano per duecentottantamila quintali) senza pensare al sonno, alla concorrenza, alla rivalità. Questo slancio trasformò la città in un'unica, immensa conceria da riparare e non appena uno aveva finito di badare alla roba sua, pensava a quella del vicino». Nel caos di quelle ore, la stessa solidarietà corre lungo i centri abitati, lungo le campagne.
Darsi una mano a vicenda, far fronte comune alla ribellione della natura diventa, come queste foto raccontano bene, l'obiettivo di tutti.
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