Sicurezza
Matteo: «Sempre bella la Leopolda anche se pisana...»
E lancia una stoccata a Fontanelli e ai No dentro il partito «Eppure loro hanno votato la riforma sei volte in Parlamento»
PISA. Sarà anche appena stato a Livorno e avrà pure pronunciato un “dé”. Ma «è bello tornare alla Leopolda, anche se è quella di Pisa», scherza Matteo Renzi salendo sul palco della vecchia stazione. «Il sindaco dirà di sicuro che è meglio di quella di Firenze», dice con un cenno d’intesa verso Marco Filippeschi, ma questa è la città in «cui si può discutere di politica con la P maiuscola». La città delle grandi università, della Normale, del Sant’Anna.
«Matteo ci crede, è sereno, è forte, ci ha chiesto quali sensazioni avevamo ma sa che ce la possiamo fare», dice il segretario toscano del Partito Democratico Dario Parrini dopo la catarsi pop-rock del pezzo con cui il premier chiude il suo tour nell’ultima tappa toscana e si consegna al bagno di folla e ai selfie con i giovani del partito. Del resto anche la Leopolda pisana è strapiena, qui ci saranno mille persone mentre fuori i contestatori sono duecento, e non impensieriscono mai il cordone di poliziotti in assetto anti-sommossa.
Ma se il premier sta attraversando l’Italia per agganciare «i molti indecisi» con la carica delle origini, quella di Pisa in realtà non è una Leopolda ma una “Leopendola”, perché i timori sono soprattutto per quegli scricchiolii nel partito che da martedì si fanno sentire dalla parte del No con Paolo Fontanelli che è uscito allo scoperto. E allora non è un caso che il presidente del Consiglio scelga proprio il palco pisano per un affondo quasi chirurgico: «Mi meraviglio di chi ha votato per sei volte la riforma in Parlamento e poi ora si schiera sul fronte opposto». Non lo nomina ma la stoccata sembra abbia per bersaglio proprio il nume tutelare del partito in città. E non è un caso che sia lo stesso il tenore della dichiarazione che Antonio Mazzeo affida ai cronisti per commentare la posizione del leader della Sinistra Dem poco prima dell’arrivo del premier. «Lui non crede che la posizione di Fontanelli eroderà molti voti nel partito e non lo credo neanche io», confida al suo entourage Filippeschi uscendo, «piuttosto dobbiamo impegnarci per recuperare consensi fuori».
Il discorso di Renzi non è troppo diverso da Piombino e Livorno: Jim Messina ha studiato un canovaccio e non si discosta mai troppo: sferzate a Grillo, la cartina del Sudamerica per ricordare a Di Maio che Pinochet era dittatore del Cile e non del Venezuela, l’imitazione di Salvini («Da quando Trump ha vinto, sembra che abbia vinto lui. Me lo immagino mentre dice “Vogliamo l'indipendenza del Michigan. Eppure sapevo avesse preso Cascina...»). Ma nel mirino di Renzi ci finisce anche un pisano d’adozione come Salvatore Settis, ex direttore della Normale. «Dice che un governo non eletto non può cambiare la Carta. Dovrebbe ricordarsi che il premier non è mai eletto dal popolo, lui che di Costituzione dovrebbe intendersene». Lui e i «professoroni», dice Renzi, del resto se parte dei costituzionalisti dell’Unipi è qui, col No ci sono prof come Andrea Pertici, ispiratore della contro-riforma civatiana.
Lo stile è quasi quello delle origini. Camicia bianca, maniche tirate su, linguaggio fast e furious. Ribadisce che non resterà a «vivacchiare», che una vittoria del No sarebbe «un gigantesco salvacondotto per gli inciuci». Alla fine, incontro privato, si ferma per un quarto d’ora. «Vieni ad inaugurare il People Mover a gennaio?», gli chiedono Mazzeo e Filippeschi. «Vediamo», risponde lui. Il 4 dicembre è uno spartiacque. Ma rassicura i balneari guidati da Fabrizio Fontani: «Se c’è un governo che potrà fare qualcosa è il nostro». Filippeschi gli ricorda i dossier aperti sulla sicurezza e i rinforzi per le forze dell’ordine. Ma a lui, Parrini, al responsabile enti locali Stefano Bruzzesi, Mazzeo, Federico Gelli, Eugenio Giani e Stefania Saccardi chiede soprattutto «toni bassi«. «Non rispondete alle provocazioni - il refrain per tutti - non state al loro livello, rispondete col sorriso».
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