Gioco
Renzi sul treno del Sì che si ferma a Pisa Ma Fontanelli dice No
Oggi (ore 17) il premier atteso alla Stazione Leopolda A caccia di indecisi dove il Pd scricchiola e la Lega è vicina
PISA. Arriverà alla fine di un tour su quella che potrebbe essere definita la linea di faglia per il partito in Toscana. Perché questo sono Piombino e Livorno, territori terremotati, scossi dalla crisi. La prima, una città ancora guidata dai Dem ma dove l’onda pentastellata e l’incertezza sulle sorti del futuro industriale potrebbero gonfiare la vela del trumpismo italiano; la seconda, la vecchia roccaforte rossa che ha tenuto a battesimo il Pci e da due anni invece batte bandiera grillina. Eppure Matteo Renzi sa che quella di oggi alle 17 non sarà un clone della sua Leopolda fiorentina. Certo, la vecchia stazione pisana sarà piena di vessilli del Sì, ma Pisa non è Firenze, qui l’egemonia renziana non è mai arrivata.
Sebbene il sindaco Marco Filippeschi, cresciuto nella vecchia ditta bersaniana, oggi si professi un convinto sostenitore della riforma, non deve essere un caso che uno come l’assessore Salvatore Sanzo, che le Leopolde fiorentine le ha seguite tutte, dica che «è importante che il premier faccia sentire la sua presenza anche qui» perché «la situazione generale è difficile se uno come Bersani vota come un Grillo, un Salvini, una Meloni o un Brunetta. L'errore è quello di vedere il referendum solo come occasione di attacco a Renzi e al governo, spostando tutto sul fronte della battaglia politica e senza entrare nei contenuti della riforma». Che - aggiunge Sanzo - «permette di guardare al futuro, di avere una gestione più snella e meno legata alla burocrazia, non facendo populismi al pari di Grillo o Salvini».
Salvini, Grillo. Eppure a Pisa ad intrappolare il Sì potrebbe essere proprio il fronte interno. Perché Paolo Fontanelli, parlamentare ed ex sindaco che del partito a Pisa è una specie di nume tutelare, esce allo scoperto e dichiara apertamente: «Voterò No. Per molte ragioni, ma prima di tutto perché non credo che sia un atto di modernità restaurare il centralismo dello Stato e cancellare le autonomie. Inoltre, non può bastare aver strappato una promessa sulla modifica all’Italicum, perché dopo il voto del referendum si può cambiare in molti modi, ma una cosa è ascoltare Verdini, un’altra chi chiede che garantisca più rappresentanza democratica». Così, sebbene si professi ancora vicino a Gianni Cuperlo, forse Fontanelli oggi è un «diversamente cuperliano». Perché se il leader italiano della Sinistra Dem ha deciso di dare fiducia a Renzi, lui invece dice di «rivendicare un ruolo e un diritto di espressione per i tanti elettori Pd e di sinistra che hanno deciso di votare No».
Guai a dargli del dalemiano, anche se era in prima fila alla Normale ad ascoltare il leader Maximo. «No, la sua è una posizione radicale, io non credo che questa riforma sfoci in una deriva autoritaria». Certo a Fontanelli non sono piaciuti i cori dell’ultima kermesse renziana, quei «fuori fuori» indirizzati alla sinistra del partito. Non è uno scissionista, insomma, ma l’unità si è rotta. E questo potrebbe riaprire la partita per la scelta del candidato sindaco del 2018 e una “guerra” nel Pd pisano, a un passo da Cascina, una delle terre del trupismo italiano.
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