Il Tirreno

Pisa

Melma, danni e sconforto Borgo Stretto stravolto

di ANDREA LANINI
Melma, danni e sconforto Borgo Stretto stravolto

Un’altra immagine dell’alluvione del 4 novembre 1966 e del suo passaggio Lo sconforto dei negozianti e la loro immediata reazione per tornare in piedi

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di ANDREA LANINI

Borgo Stretto stravolto dall'assedio della piena. L'acqua se n'è andata, restano il fango, la nafta, i detriti, il ciarpame che il ciclone Arno ha trascinato fin qui, nelle vie del centro storico.

Melma, danni e sconforto. La disperazione dei negozianti, gli esercizi commerciali messi a soqquadro dall'alluvione del 4 novembre 1966. Ma per Pisa, già a partire da sabato 5, è il momento di rimettersi in piedi. Il fiume continua a scendere, il sole torna a farsi vedere dopo giorni di ininterrotta pioggia. Le notizie sconfortanti che, senza sosta, arrivavano il giorno precedente sembrano già un lontanissimo ricordo.

Firenze inondata dall'Arno, Grosseto sommersa dalle acque dell'Ombrone, Pontedera travolta da quelle dell'Era: le grandi vittime sono loro. A Pisa è andata meglio. C'è stato il tempo di salvare gran parte dei materiali che i negozi più vicini al fiume custodivano al loro interno. Si fa una prima stima dei danni quando, il 13 novembre, nel cuore di Pisa si apre una nuova ferita: il crollo di ponte Solferino, che non verrà ricostruito nella versione originale (bellissima) in marmo, e di ampi tratti di lungarno Pacinotti.

Raccontano le pagine di "Diluvio sul pian di Pisa": "Pisa ha perduto il Ponte Solferino - quello che i vecchi pisani chiamavano il «Ponte Novo» - che ha ceduto rovinando in Arno la mattina di domenica 13 novembre, quando ormai la piena andava lentamente decrescendo. Giovane d'anni (era stato rifatto, in tre mesi, nel 1945), il ponte, gracile di reni, non ha retto all'impeto dell'Arno, e una vasta zona di Pisa respira ancora a fatica. Il fiume, lungo la tratta cittadina, è ancora cintato dalle «pancole» metalliche e le sue spallette sono cinte da un orlo di quarantamila sacchetti di sabbia. Il Ponte di Mezzo, dove l'Arno fece saltare due tratti di parapetto, è stato riparato».

L'Arno che colpisce Pisa a tradimento, a distanza di giorni dall'esondazione. Nei momenti in cui ponte Solferino frana, gli anni lontani in cui il fiume concedeva ai pisani la ghiotta possibilità di una pesca abbondante sembrano ancor di più galleggiare sui flutti di cronache fiabesche. Eppure ci sono stati.

Li racconta bene lo storico dell'arte Enzo Carli, erudito pisano, nella sua introduzione al volume che la Cassa di Risparmio di Pisa realizzò in occasione del trentennale dell'alluvione.

«L'Arno, oltre che fondamentale arteria di navigazione nella Toscana e sede della più importante industria pisana, quella navale, era altresì prodiga risorsa di alimentazione.

La pesca veniva assiduamente praticata lungo tutto il suo percorso. Tra le più antiche immagini che la illustrano vale la pena di ricordare quella che tra il 1384 e il 1386 Antonio Veneziano dipinse in Camposanto nell'ultima delle Storie di San Ranieri, il nostro santo patrono che spirò nel monastero di San vito, proprio sulla riva del fiume. L'unica parte ancora visibile dell'affresco - perché distaccata e trasferita su rete metallica nel 1885 da Domenico Fiscali - non rappresenta, come pure è stato affermato, Chiavello che, "gettate le reti in onore di San Ranie. ri, n'ebbe in premio tanto pesce per il valore di quaranta fiorini d'oro", bensì quattro pescatori muniti di canne e lenze che non si usano per il mare, che peraltro figura più in alto e lontano col salvataggio dal naufragio della nave di Uguccione di Guglielmo di Rinaldo".

Si tratta dunque, continua Carli, "di una rappresentazione dell'Arno guizzante di pesci, dove le bellissime e veritiere figure dei pescatori riprendono caoticamente il motivo tardo-ellenistico dei rilievi del mese di febbraio nello stipite del portale maggiore del Battistero. Ma anche in Arno si pesca con le reti, specie da Pisa verso la foce, dove, come cantò Gabriele d'Annunzio in una stupenda lirica, "grandi calici sorgono dall'acque - di non so qual leggiere oro intessuti".

La pesca, in Arno, soleva farsi in tutte le stagione, salvo quando era ghiacciato, o aveva le piene, o le inondazioni».

Con queste ultime, le tessiture d'oro cantate dal Vate hanno sempre ceduto il passo al limo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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