Sicurezza
Terrorismo, bloccati due “allievi” di Bilel
Un tunisino espulso da Pisa e l’altro arrestato a Torino: amici del giovane che inneggiava all’Isis e sospetti “lupi solitari”
PISA. Uno l’hanno intercettato giovedì scorso in città. L’altro ieri a Torino, anche se era appena arrivato da Pisa. Per entrambi, formalmente, nessuna accusa di terrorismo. Nafaa Afli, 25 anni, è stato trasferito nel Cie piemontese con un decreto di espulsione ordinario firmato dal questore Alberto Francini. Sulla carta, è in attesa di un aereo che lo riporti a Tunisi. La sua colpa? Essere semplicemente un “clandestino”, uno dei tanti ragazzi del Maghreb con un permesso di soggiorno scaduto che popolano le notti di piazza delle Vettovaglie. Avrebbe soltanto avuto la sfortuna di imbattersi in una pattuglia di carabinieri molto zelante. L’altro, B.M., e un alias utilizzato su Facebook, sarebbe stato arrestato all’ombra della Mole ma per aver rotto una bottiglia in testa a uno spacciatore in una delle serate infuocate della movida pisana.
Ma questo, sulla carta, appunto. Di fatto entrambi - conferma una fonte investigativa del Ros - sarebbero stati bloccati dopo un alert giunto direttamente dall’intelligence dell’antiterrorismo. Da banali frequentatori delle piazze dello spaccio, il loro profilo avrebbe compiuto in questi mesi un salto di qualità fino a farli ritenere potenziali “lupi solitari”, cellule finora rimaste dormienti della rete di giovani a rischio radicalizzazione costruita da Bilel Chihaoui, il tunisino espulso ad agosto e braccato dai militari nella boscaglia del Biscottino poche ore dopo aver postato il suo epitaffio su Facebook, annunciando un imminente martirio in nome dell’Isis. Non è chiaro se Nafaa e l’amico fossero davvero amici di Bilel, quanto cioè i loro rapporti siano stati animati da una frequentazione assidua, ma gli investigatori sospettano fossero “allievi”, o meglio epigoni, cellule attivate dal giovane che inneggiava ai «leoni» del Califfato, cioè Wael Labidi e Khaled Zeddini, i due tunisini a cui Bilel aveva dedicato il suo messaggio ultimativo («Morirò da martire a Pisa»), i compagni di emigrazione, i «fratelli» celebrati in chat e diventati foreign fighters e poi martiri in Siria, morti sotto i vessilli neri dello Stato Islamico.
Con loro, il tunisino era arrivato in Italia nel 2003, profugo della primavera araba, e si era trasferito a Torino, prima in centro, poi a Rivalta, quella che da mesi gli investigatori ritengono una specie di Molenbeek italiana. Fra i palazzoni e le case popolari dell’hinterland torinese tutti avrebbero ricevuto il loro «addestramento» alla jihad metropolitana, lì si nasconderebbe il reclutatore, ma poi tutti sono transitati da Pisa. Lo hanno fatto Wael, Khaled e Bilel e ora lo avrebbero fatto anche Nafaa e il suo amico.
Su di loro, i carabinieri del comando provinciale di Pisa mantengono il più stretto riserbo. «È chiaro però - conferma la fonte del Ros dei carabinieri - che c’è un asse fra Pisa e Torino». Anche questi due tunisini sembra avessero utilizzato l’iscrizione all’università di Torino come una copertura. E sembra chiaro che piazza delle Vettovaglie sia qualcosa di più ormai di uno snodo della movida selvaggia e che per tutti quella del cane sciolto, dello sbandato, sballottato fra i bagordi di una vita un po’ stonata fra Pisa e Torino, sia stata un'immagine comoda per non dare nell'occhio.
Sulla fedina di Nafaa, ad esempio, non c’è neppure un precedente per spaccio, solo qualche strascico giudiziario per occupazione abusiva di edifici e invasione di terreni. Quanti tunisini senza permesso di soggiorno con tre o quattro direttissime alle spalle scorrazzano ancora liberi dopo qualche giorno in cella pur essendo senza permesso di soggiorno? L’incognita a cui cercano di rispondere gli investigatori adesso è se ci sia ancora qualcuno fra le Vettovaglie e Rivalta che aspetta un segnale di attivazione.
Mario Neri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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