Il Tirreno

Pisa

Quel lento ritorno della città alluvionata alla vita normale

di ANDREA LANINI

Le immagini della Cittadella, arroccata a nord dell'Arno Ospitò gli arsenali: da qui le navi pisane venivano varate

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di ANDREA LANINI

Tra Pisa e l'Arno è l'inizio di una nuova pace. Dopo aver fissato sulla pellicola, nelle giornate nere del 4 e 5 novembre 1966, le agghiaccianti fasi della piena, dell'esondazione, della deturpazione del centro storico, le cui vie, piazze e borghi sono tutt'ora sotto il fango, la macchina fotografica di Luciano Frassi immortala il lento ritorno alla normalità. Appassionato vespista (è con lo scooter della Piaggio che, di preferenza, il fotoreporter si sposta da una parte all'altra della città per i suoi servizi), può finalmente salire di nuovo in sella, ora che le strade sono di nuovo libere - o quasi - dall'acqua. L'attrezzatura sul portapacchi, i "ferri del mestiere" appesi al collo, il ronzio di un piccolo motore scoppiettante: è in questi primi giorni di quiete che il suo obiettivo cattura l'immagine che vi proponiamo oggi. Siamo nella zona della Cittadella. Sullo sfondo, svetta la sommità della Torre Guelfa, testimone fiera di antichi splendori, simbolo caro ai pisani, in gran parte ricostruito nel '56 dopo i pesanti danni provocati dalle bombe del '44. Il manto stradale è ancora allagato, ma la grande paura è passata: lo dimostra, a modo suo, la gaia baldanza con cui questo signore già avanti con gli anni sfida, assieme alla sua Vespa, lo specchio di fiume che, tenacemente, ancora assedia l'asfalto. L'occhio del fotografo deve aver guardato con simpatia, con allegra solidarietà, quest'ignoto centauro i cui piedi, grazie alla carenatura del velocipede, sembrano solcare la pozza limacciosa della Cittadella con la grazia con cui gli appassionati di sci nautico sfidano la resistenza dei flutti. Magari riconoscendo, nell'involontario protagonista dello scatto, qualcosa di se stesso. Questo signore in Vespa, ad esempio. Le due piccole ruote dello scooter sono quasi completamente coperte dalla poltiglia fangosa lasciata dal fiume, ma il motore tiene, e lui, saldo in sella, tira dritto, nonostante la strada sia in discesa e la situazione rischi di peggiorare di lì a pochi metri. Una tenacia che, forse, servì anche ad esorcizzare la paura, a salutare la salvezza della città col brivido di un tragitto ardito. Pisa fu "miracolata", raccontano le cronache di quei giorni del novembre 1966. In tanti erano convinti che l'ondata di piena che nel pomeriggio del 4 novembre inghiottì Pontedera avrebbe finito per sommergere anche Pisa. Le cose, per fortuna, andarono diversamente. Orgogliosamente arroccata a nord dell'Arno, nella parte di tramontana, la Cittadella, le cui origini risalgono al Duecento, ospitò gli arsenali repubblicani e medicei. Era da qui che le navi pisane venivano varate. Pesantemente bombardata nel 1944, la Cittadella uscì con le ossa rotte dalla guerra. Ma, anche quella volta, seppe rimettersi in piedi ben presto. D'altra parte la storia l'ha ben temprata, abituandola ai fasti come alle sventure. Una delle peggiori fu la scorribanda saracena del 1004 (altre fonti parlano del 1005, come anche del 1015 o addirittura del 1024), quando schiere di sgherri, arrivati a bordo dei navigli del tremendissimo re Musetto, assaltarono le sponde del fiume per poi riversarsi in città, saccheggiando, incendiando, appestando Pisa con esecrabili gesta. Nacque in questo periodo la leggenda della coraggiosa Cinzica (o Kinzica) de' Sismondi, leggiadra pulzella destinata a diventare, grazie alla propria romanzesca biografia, una sorta di Giovanna d'Arco benedetta dalle spume dell'Arno. L'epica giovinetta avrebbe, nei primi attimi in cui si spandeva in Pisa la devastazione saracina, attraversato l'unico ponte romano allora esistente a cavallo del fiume per correre al palazzo del Parlascio e avvertire i consoli del pericolo incombente; e questi, facendo suonare le campane a stormo, avrebbero radunato i pochi armati rimasti in città - il grosso dell'esercito impegnato in lontane prodezze - per scacciare vittoriosamente l'invasore. E così andò, secondo alcune fonti. Secondo altre, l'assalto fu un completo successo per i pirati: vecchi e bambini trucidati, le donne vendute come schiave. Nel dubbio, piace pensare siano vere le prime.

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