Attenzione
Quel ponte si sbriciola quando il peggio sembra ormai passato
Erano le 7.30 di domenica 13 novembre 1966: Solferino crolla di schianto. Verrà ricostruito più pratico e robusto
di ANDREA LANINI
Come un triste déjà vu. Come una specie di maledizione. Come se, all'altezza della Cittadella, l'Arno pisano proprio non accettasse l'idea d'esser scavalcato, e si vendicasse buttando giù i primi responsabili di quell'affronto: i ponti. Nel novembre del 1966, tocca a ponte Solferino. Il 13, di domenica, alle 7.30, quando il peggio, per la città, sembra essere passato, crolla di schianto. Son trascorsi circa dieci giorni dall'esondazione - l'acqua ha saltato gli argini nella sera di venerdì 4. Ma non basta: nei mesi successivi ci si mette anche lungarno Pacinotti, a completare la beffa; frana giù, inghiottito dal letto del fiume. Strutture possenti, ma minate nelle fondamenta dal lavorio incessante di una furibonda pressione. Che, alla fine, presenta il conto. Era già successo. Lo stesso copione, le stesse dinamiche. La stessa vendetta consumata fredda, la quiete che è già tempesta e, di botto, decide di gettare la maschera.
È il 10 dicembre 1869, quando Pisa, "alle ore quattro circa pomeridiane" (così recita una delle lapidi apposte per ricordare il livello spaventoso, 6.22 metri sullo zero idrometrico, raggiunto dall'acqua) deve fronteggiare una delle peggiori alluvioni di sempre. Ponte a Mare, uno dei più antichi della città (oggi, al suo posto, c'è il ponte della Cittadella), sembra tenere bene. Sembra. In realtà si sta sbriciolando. Nei momenti dell'esondazione, un'arcata cede di schianto. E, dieci giorni dopo, il 20 dicembre, viene giù anche il resto. Nei giorni seguenti, col fiume tornato alla calma, su ciò che resta dei piloni si costruisce una passerella in legno. Ma anche questa non è baciata dalla sorte: crolla il giorno prima dell'inaugurazione, a portarla via di lì ci pensa una libecciata. E, nel 1869, il film è lo stesso anche per lungarno Pacinotti. Sfiancato dalle piene, inizia a cedere, a smottare. I lavori di ripristino, lunghi, complessi, dureranno anni. Nel 1871 vi si armeggia ancora.
Il 1871: l'anno di ponte Solferino, bello e sfortunato. L'architetto Vincenzo Micheli inizia a progettarlo. Viene completato quattro anni dopo. Lo si è voluto in asse con via Solferino, da cui deriva quel suo nome glorioso, lucente di vittoriose memorie risorgimentali. Per fargli posto, s'è smontato pezzo per pezzo quel gioiellino gotico della Chiesa della Spina, per poi rimontarlo un po' più in là, in modo che non intralciasse lo slancio elegante del suo profilo istoriato di candide sculture. Avrà vita breve. I tedeschi in ritirata lo bombardano nel '44. Lo si rattoppa in fretta e furia due anni dopo: il restauro riesce, il venusto Solferino è ancora lui.
Ma nel novembre '66 l'Arno lo bombarda di nuovo, e questa è la volta buona. «Nel primissimo mattino del 13 novembre venni avvertito che il ponte Solferino cominciava a scricchiolare - Giovanbattista Longo, l'allora commissario prefettizio, lo raccontò al giornalista del "Tirreno" Fabio Demi - Andai subito sul posto, appena in tempo per assistere, con pochi altri, ad un evento impressionante, anche se previsto. Infatti, uno o due giorni prima, in seguito ad un sopralluogo, avevo dato ordine di sospendere i lavori di smantellamento delle sovrastrutture. Fu un provvedimento tempestivo, perché se si fosse tardato gli operai che lavoravano sul ponte avrebbero potuto essere travolti».
Addio a quelle finiture preziose, addio ai candidi fregi in marmo di Carrara. Finisce tutto nell'acqua limacciosa e inquieta del fiume. Le date del destino, a cavallo dei secoli. Nel 1869 l'alluvione, strappando a Pisa quel gran vegliardo del ponte a Mare, decreta la nascita di ponte Solferino; e cent'anni dopo, nel 1969, lo sventurato Solferino vede decidere la sua rinascita. È allora che s'indice il concorso nazionale per ricostruirlo. Nel '72 lo s'inizia, due anni dopo è pronto. Senza ornamenti marmorei, senza grosse pretese estetiche, senza sfarzose velleità: solo solido cemento armato. Pratico e robusto. Considerando il caratteraccio dell'Arno, quel che ci vuole.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
