Sicurezza
Carcere al collasso lo dice il Garante
Oltre al sovraffollamento emergono gravissime criticità per donne, detenuti stranieri e infrastrutture
PISA. Il Garante dei diritti dei detenuti, Alberto Di Martino, ci spalanca le porte del carcere Don Bosco che è già in sovraffollamento essendo stato realizzato per 226 detenuti rispetto ai 277 che sono attualmente lì incarcerati. Oltre al sovraffollamento, ci sono fortissime criticità per la situazione delle donne, per gli stranieri e per le infrastrutture.
La situazione carceraria femminile. Di Martino nel suo report passando al setaccio la condizione detentiva delle donne, usa la parola "infelice". Le celle si trovano al piano superiore lungo un ballatoio che si affaccia sul corridoio del piano terra. Come misura adottata per evitare i problemi da sovraffollamento, le detenute possono stare fuori dalla cella per un certo numero di ore al giorno, ma - ad oggi - non possono sostare sul ballatoio; possono solo riunirsi a gruppi nelle celle (idonee, d'altronde, al massimo per due persone) oppure recarsi al piano inferiore in una sala comune. Il ballatoio dispone di una cucina professionale piuttosto moderna, tuttavia non accessibile all'uso ordinario quotidiano, nonostante sollecitazioni in tal senso anche del garante regionale; resterebbe accessibile per corsi professionalizzanti o comunque attività di carattere occasionale. La direzione della casa circondariale sottolinea la non gestibilità dei profili di responsabilità innanzi tutto civile che potrebbero essere connessi all'uso ordinario dell'impianto. La questione si fa seria, anzi illegale, come dichiara Di Martino, quando si affronta il tema sanitario-igienico e di rispetto della dignità della persona. L'area dei sanitari è situata all'interno delle celle separata dal resto dell'ambiente da un semplice “mezzo muro”, cioè un muretto basso che non impedisce né la vista, né ovviamente ogni altra percezione di quanto connesso alle necessità fisiologiche e alle pratiche di igiene personale. Di fatto non c'è nessun bidet con erogazione di acqua calda, che è disponibile soltanto nelle docce. Le finestre di alcune celle, nelle quali è stato sistemato un letto a castello, non consentono l'apertura completa degli stipiti. «Con soddisfazione - dichiara Di Martino, già docente della Scuola Sant'Anna e avvocato - si apprende che un pronunciamento recente della magistratura di sorveglianza, anche sollecitata dai ricorsi promossi dalle detenute con l'assistenza dei volontari de L'Altro Diritto, ha intimato all'amministrazione di risolvere strutturalmente, entro sessanta giorni, il problema della separazione del vano sanitari dal resto della stanza».
Problemi infrastrutturali. L'elenco stilato da Di Martino è lunghissimo, anche perché il Don Bosco è una struttura risalente agli anni '30. Si va dalla insufficiente altezza di barriere e parapetti in relazione alle norme vigenti, all'inadeguatezza, vetustà, deperimento delle linee telefoniche, del sistema di videosorveglianza alla porta principale al deperimento del manto del campo da calcetto. L'area dei detenuti in semilibertà necessita di un totale rifacimento, e preferibilmente la dislocazione all'esterno della casa circondariale. È poi da segnalare che le celle sono ancora munite di bagno alla turca, per giunta non separato dal vano camera, come invece richiederebbe la normativa. «Anche in questo caso si tratta di una situazione illecita - commenta Di Martino -. La struttura va rifatta da cima a fondo, pena il tradursi in un carcere a regime pre-democratico». Proprio la carenza di spazi e la vetustà di quelli esistenti comprimono e mettono in forte disagio i volontari de L'Altro Diritto. Last but not least, secondo il Gaarante, «è necessaria e urgente la realizzazione di una pensilina per l'attesa esterna da parte dei familiari ammessi ai colloqui. Ad oggi, assurdamente, le persone devono attendere in piedi, esposte a freddo e intemperie d'inverno, al solleone d'estate».
La situazione degli stranieri. I detenuti stranieri - prevalentemente di nazionalità tunisina, marocchina, albanese, rumena - sono in questo momento in maggioranza piuttosto significativa (164, a fronte di 113 italiani/e). I problemi sono in primis linguistici e non essendoci traduttori, Di Martino e i volontari si sono adoperati per reperire dei traduttori «ma è stato possibile fino ad oggi gestire solo le situazioni critiche», dice Di Martino. Altro problema è il permesso di soggiorno. «Problema ricorrente sono le procedure per la richiesta di permesso di soggiorno in caso di permesso scaduto in costanza di detenzione - spiega di Martino -. Con la questura è stato possibile chiarire in parte la procedura per il caso di soggetti liberandi; ma accade che il permesso sia necessario per l'esercizio di diritti in costanza di detenzione per l'apertura di conto per accredito pensioni di invalidità; per patente, utile in caso di permessi».
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