Toscana
Nessun morto ma tantissimi danni: 15 miliardi di lire
Le perdite subite da industria, botteghe e agricoltura secondo il monitoraggio dell’allora Camera di Commercio
ANDREA LANINI. In provincia di Firenze ci furono molti morti. Più di trenta. Anche a Pisa, il 4 novembre 1966, il giorno della piena poi diventata alluvione, il pensiero di tutti si concentrava sull'incolumità delle persone, in città come fuori. In quelle ore di paura, si pregava perché la rabbia dell'Arno non provocasse vittime e, almeno qui, le preghiere furono esaudite. Di perdite di vite umane, nel pisano, non ce ne furono. Di danni, invece, tantissimi.
Ce lo racconta il dottor Federico Tornar, allora presidente della Camera di Commercio di Pisa, in una sua testimonianza del primo febbraio 1967, utilizzata come introduzione del volume "Diluvio sul Pian di Pisa", pubblicato dalla Camera di Commercio per commemorare i tragici fatti dell'anno precedente. «Una valutazione abbastanza prossima al vero - scrive Tornar, riferendosi ai numeri dell'intera provincia pisana - ha stabilito globalmente in quindici miliardi di lire i danni verificatisi nei settori dell'industria, del commercio e dell'artigianato della zona colpita; mentre nel settore agricolo la stima dei danni si aggira sui cinque miliardi di lire».
In città, furono tanti i negozi piagati dall'acqua scura del fiume. Tra questi, la "Casa della Penna" dei Daumiller, che l'obiettivo di Luciano Frassi fotografa nelle ore immediatamente seguenti la ritirata dell'inondazione dalle vie del centro. «Era un disastro. Sporco ovunque. Da noi, come in tutti gli altri esercizi di corso Italia», dice oggi Lorenzo Daumiller, che col fratello Riccardo gestisce l'azienda di famiglia. «La merce che tenevamo nelle scaffalature più basse fu buona per la spazzatura. Ma non fu quello, per molti negozi, tra cui il nostro, il primo duro colpo. Anni prima, anche nonno dovette ricominciare dopo le bombe...». Nel '66, Lorenzo Daumiller aveva due anni. «Quel che so di quei giorni deriva interamente da ciò che mio padre e mio nonno mi hanno raccontato». Framan Daumiller, suo nonno, aprì l'omonima cartoleria alle Logge di Banchi, nel '34. «Poi il fondo crollò durante i bombardamenti della seconda guerra. Decise di riaprire da un'altra parte. Ovvero in corso Italia, dove siamo tuttora. Sì, fu un duro colpo, l'alluvione. Per noi come per tutti gli altri. Ma la solidarietà dei pisani fu splendida. In tanti, mi hanno detto i miei, accorsero per dare una mano ai commercianti. Iniziò, praticamente subito, non appena il defluire dell'acqua lo permise, una corsa contro il tempo per salvare il salvabile. Fu una dura lotta, quella contro il fango e la nafta, la sporcizia e i detriti trascinati dalla corrente. Un impasto nerastro, una poltiglia maleodorante che sembrava riaffiorare di continuo, nonostante gli sforzi che si facevano per ripulire i pavimenti, le pareti, la mobilia, i ripiani. La merce ancora buona, ci diceva mio padre Ennio, fu portata da tante braccia fuori, all'esterno, sui marciapiedi, in modo che prendesse aria e luce e non marcisse assieme a tutto il resto. Per quella inghiottita e risputata dall'alluvione invece niente, si dovette buttare. Eppure, qui in corso Italia, non è che l'acqua raggiunse altezze vertiginose. Non credo abbia mai superato il mezzo metro; a molti altri centri storici, vedi Pontedera (non parliamo poi di Firenze), andò molto peggio. Ma quel mezzo metro di "fiume" che prese a scorrere qui, in questa strada cruciale per il commercio cittadino, in mezzo alle vetrine dei negozi, ai corridoi dei magazzini, ai ripiani degli espositori, bastò a mettere in ginocchio tante attività commerciali, molte delle quali non riuscirono a rialzarsi».
Anche Pisa non poté fare a meno dei suoi "angeli del fango". Certo, la sfida ingaggiata dagli "angeli" fiorentini per salvare gl'innumerevoli capolavori d'arte inghiottiti dalla melma fu altra cosa. Ma anche nella città della bella Torre, tanti cittadini dovettero rimboccarsi le maniche e spalar via acqua e terra, mota e sporcizia.
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