Il Tirreno

Pisa

Adriana e Giuseppe il loro amore vinse sul disastro

di ANDREA LANINI

Si dice “sposa bagnata, sposa fortunata” Ma nel novembre del ’66 il destino esagerò

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di ANDREA LANINI

Un colpo di fulmine prima. Poi, a tempo di record, la scelta di promettersi, col "sì" pronunciato all'altare, amore eterno. Poi, l'alluvione del 4 novembre 1966, piombata beffardamente sui dolci palpiti dei promessi sposi, guastando a tutti la festa, che era fissata per il giorno dopo. Poi «la voglia, l'irresistibile proposito di non darla vinta né alla piena, né ai fiumi in rivolta, né a tutto quel fango. S'era detto di maritarci, e, alluvione o no, ci si sarebbe maritati! E così fu. Domenica 6, a Bientina, nella "chiesa degli indemoniati", come tutti, per via dei molti esorcismi che vi si praticavano, chiamavano quel bel luogo sacro».

Ce lo racconta, ancora divertita dall'audacia dell'impresa, Adriana Giuntini, pontederese di nascita e pisana d'adozione. «Da ragazza abitavo a Pontedera. Io e Giuseppe s'era già comprato un appartamentino a Pisa, dove avremmo iniziato la nostra vita di coppia subito dopo il viaggio di nozze e dove abitiamo tutt'ora. Ah sì, è stata un'unione felice, fortunata, la nostra. Chissà, forse tutta quell'acqua, alla fine, ha portato pure bene. "Sposa bagnata, sposa fortunata", no si dice così? Alla faccia, però, altro che bagnata. "Sposa alluvionata" è più consono, più aderente. Credo fui l'unica in Toscana, in quei giorni di tregenda. Capirai, dove li trovavi due altri matti che con l'acqua alta andavano furiosamente in cerca di un sacerdote che benedicesse lo scambio delle fedi?».

Bella e volitiva, Adriana. Oggi come allora. Figlia di Giovanni "Giannino" Giuntini, il mitico melomane pontederese che fu amico dei più grandi cantanti e direttori del Novecento. Dal 1932 al 1987, anno della sua scomparsa, Giannino frequentò assiduamente i maggiori teatri d'opera, collezionando, durante i suoi lunghi tragitti di viaggiatore-loggionista, manifesti, locandine, programmi di sala, foto di scena, incisioni discografiche, articoli e recensioni: un patrimonio unico nel suo genere che, per diversi anni, è stato esposto all'interno del teatro Verdi di Pisa, in un'area appositamente creata per il "Fondo Giuntini". Quel malefico 4 novembre di cinquant'anni fa, però, Giannino era a casa, a Pontedera. Come anche Adriana, allora venticinquenne. Cinque anni di meno aveva il suo fidanzato, Giuseppe Ventura, siciliano. «Fu un coup de foudre, come si dice», sorride lei. «Ci siamo visti, scelti e acchiappati all'istante, oggi si direbbe "in tempo reale", come si manda un fax, una mail. Fissammo la data per il "sì": il 5 novembre del '66. Doveva essere di mattina, in duomo, a Pontedera. Invece macché, l'Era rovinò tutto. Per ogni dove, metri d'acqua alta e fango e disperazione. Un disastro. Ma, caparbi, per niente scoraggiati - ah, l'entusiasmo della gioventù! - io e Giuseppe ci si sposò uguale. Il giorno dopo, a Bientina. Dove ci accolsero come eroici reduci sopravvissuti alla furia delle bombe. Le campane a festa, i baci e gli abbracci della gente: un momento indimenticabile».

L'Era ruppe l'argine della "Montagnola" alle 14.30 del 4 novembre. «Ma già dalla mattina presto, con le brutte notizie che arrivavano da Firenze, si capì che non era aria. Poi, nel pomeriggio, l'inondazione. Telefonai a Giuseppe, che era a Pisa. "Giuseppe, l'acqua alta... va tutto a monte...". Lui sbalordito: "Eh? Che dici? Che acqua alta?". Non sapeva ancora nulla, non si capacitava. Gli raccontai di quel che stava accadendo da noi, a Pontedera. Fu durante quella chiacchierata concitata che approntammo il piano d'emergenza». Salirono tutti su una Fiat 500. Adriana e Giuseppe dietro; davanti Silvia, sorella di Adriana, col fidanzato (oggi marito) Paolo. «Non appena si poté metter piede in strada, si raccattò i documenti e si raggiunse alla meglio questa macchinina; poi si disse "Va bene, ora si cerca un posto che non sia allagato. Il primo che si trova è quello buono: ci si ferma e si sente se ci sposano. Ero in pratica vestita "da casa", il cappottino bianco era intrappolato in casa della sarta. E babbo non poté venire: sulla 500 in cinque non ci s'entrava. Arrivammo in una Bientina deserta nel pomeriggio di domenica 6 novembre. Si parlò con don Silvano Falaschi, celebre esorcista; gli si spiegò il nostro strano caso. Lui non fece discorsi: "Tranquilli, vi sposo io!". Fece la messa serale apposta per noi: a quei tempi ancora non c'era. Grazie al richiamo delle campane, la "chiesa degli indemoniati" si riempì in un attimo. C'era gente anche sui pulpiti: tutto pieno. Fummo portati fuori in trionfo. Subito dopo, partimmo per Pisa, sempre in 500. Trovammo tutto il centro allagato, un disastro. Abitavamo in via delle Case Dipinte, e lì, per fortuna, si riusciva ancora ad arrivare: anche se Paolo, che di strade ne sapeva una più del diavolo, dovette inventarsi non so più che tortuoso percorso. Dopo 25 anni da quel giorno, saremmo tornati a Bientina, da don Falaschi, per salutare, con una nuova cerimonia, l'importante traguardo raggiunto dal nostro matrimonio. A cui, in un modo o nell'altro, l'acqua portò fortuna davvero»..

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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