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Pisa

in carcere

Sciopero dei pasti al Don Bosco pranzo e cena nella spazzatura

Sciopero dei pasti al Don Bosco pranzo e cena nella spazzatura

La protesta dei detenuti durata due giorni per denunciare le precarie condizioni della struttura

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PISA. Pranzo e cena? Nella spazzatura. Non tutti, ma buona parte dei detenuti (sono quasi 280) del Don Bosco sabato e domenica si è rifiutata di mangiare le pietanze fornite dall’amministrazione penitenziaria.

È una protesta da resistenza passiva quella dei carcerati che con il gesto di respingere i pasti vogliono denunciare le condizioni del Don Bosco. Un contesto che per i Radicali merita una denuncia alla Procura della Repubblica.

Nei giorni scorsi la visita di alcuni esponenti dell'associazione Andrea Tamburi di Firenze si è conclusa con un atto d’accusa severo: «Sovraffollamento, sporcizia, mura scrostate e tappezzate con carta di giornale per coprire le schifezze stratificate sulle mura, materassi indecenti, gabinetti a vista così che i detenuti devono defecare e orinare alla presenza dei loro compagni di cella e del personale penitenziario al quale lo Stato consegna nei fatti l'ordine di operare in condizioni di totale illegalità rispetto alla Costituzione e alla normativa vigente. Lì, come avviene ormai dappertutto, lo Stato rinchiude la marginalità sociale di giovani, stranieri, tossicodipendenti, casi psichiatrici, senza casa, poveri, ai quali - nel degrado - viene negata qualsivoglia possibilità di riabilitazione e di futuro reinserimento sociale».

Il no al vitto come forma di protesta si presta anche a un’altra lettura, quella dello spreco di generi alimentari. Raffaele Puccinelli, segretario provinciale del Sinappe, una delle sigle sindacale di categoria, afferma: «Non vogliamo pensare ad un collegamento tra i due eventi (visita dei Radicali e sciopero dei pasti, ndr)), anche perché se così fosse, ancora una volta l'amministrazione centrale ha privilegiato le " buone relazioni" con la politica, a scapito del buon andamento dell'istituto e in particolare del personale di polizia penitenziaria che poi deve fronteggiare queste forme di protesta ed eventuali conseguenti disordini. Senza contare il danno economico, trovandosi l'istituto nella situazione di dover obbligatoriamente confezionare pasti che poi vengono rifiutati dai detenuti e gettati nei bidoni della spazzatura».

Secondo il Sinappe il dipartimento avrebbe dovuto negare l'accesso nelle carceri alla politica. «In questo caso, la decisione del Dap era assolutamente discrezionale, non trattandosi di soggetti legittimati a visitare gli istituti senza autorizzazione – conclude il sindacalista –. Attendiamo ancora una presa di coraggio da parte del Dap a tutela di chi in periferia opera ogni giorno per garantire l'ordine e la sicurezza del sistema penitenziario».(p.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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