La manifestazione
«Noi, dannati della piena»
Ordine di evacuazione per 35 famiglie che vivono nelle golene del Serchio
VECCHIANO. Il trattore sarà l'ultimo ad essere portato in salvo. Per ora resta qui, ricoperto da una cerata blu, pronto ad uscire dal garage come dai box di un autodromo. «Vediamo se davvero passerà come dite, casomai lo metto in moto e in un attimo sono in cima alla salita». Michele Nicolini, assessore al territorio di Vecchiano, per una frazione di secondo sgrana gli occhi, poi annuisce, lui ha capito. Fausto Donati, 63 anni, nella golena del Serchio c'è nato, lui e la sua famiglia ci abitano forse da prima che via San Frediano, immersa fra pioppi e salici, fosse una strada asfaltata. Per questo non c'è neppure stato bisogno che arrivassimo noi ad avvertirlo, a dire che fra poco verrà diramato un ordine di evacuazione. Il bollettino d’ansia e insonnia a fine giornata giungerà a 35 famiglie fra Vecchiano e San Giuliano.
Ma ormai chi vive qui la riconosce, la sente, basta il suono di una ramo spezzato, uno sguardo alla corrente. «Venite, vi faccio vedere», dice Fausto aprendo la porta sul retro. Il fiume per queste famiglie è un compagno, un rumore di fondo, un fruscio esistenziale. A pelo d'acqua un grumo di fronde e canne galleggia verso Nodica: «Avete ragione, sta arrivando la piena», dice Fausto. Barba bianca, volto ruvido, mani come mappe di rughe. Un po' lo immaginava, mentre tornava da Viareggio. «Uscivo dal lavoro, e i fossi di Nodica erano tutti traboccati, le strade sommerse: mi sono subito collegato a Internet per guardare le isoiete». Sono i grafici con cui l'Autorità di bacino descrive l'andamento delle piogge e misura il livello dell'acqua nel letto del fiume. «Se vivi in golena ti godi la pace di maggio ma devi anche essere consapevole di ciò che può capitarti a novembre». Tre case, quattro famiglie.
Così, sebbene l'assessore spieghi che il fiume all'alba dovrebbe gonfiarsi fino a raggiungere una portata di circa 1.000 metri cubi al secondo e dunque loro dovrebbero prendere precauzioni, forse andare da amici, né lui né il suo vicino Paolo Borgi, 60 anni, sembrano scomporsi troppo. Per queste quattro famiglie quello col Serchio è un antico rituale. Da anni i loro garage sono come letti a castello. Tavoli, tagliaerba, macchinari, scorte finiscono nella parte alta, sui soppalchi. «Quasi tutte queste case sono qui dalla fine del 1800 - dice Borgi - il babbo di mio nonno c'è morto nel 1917, solo quella di mia figlia è stata costruita negli anni '70». Tempi in cui il Serchio veniva ancora strizzato dal cemento.
«Siamo pronti a trasferirci al primo piano in ogni momento ma non ce ne andiamo», dice Paolo. Ci provarono anche a Natale di 7 anni fa. Il Serchio sfondò un chilometro più giù, ma qui si prese tutto lo spazio per una delle piene più panciute della sua storia, quasi 2.000 metri cubi al secondo. «Mah, io sarei anche rimasto, ma i vigili mi vennero a prendere col gommone - dice Donati - c'era la mia nipotina di cinque mesi, sa com'è». Le definizioni di disastro, tragedia, inferno per questi uomini sono luoghi comuni, eppure sembrano le uniche possibili alla prospettiva di un'esondazione in questo posto. «Se vuoi puoi tenerle, meno le vedo meglio sto», dice Dario Donati, il figlio di Fausto, mostrando le foto di sette anni fa. «Avevo 17 anni, non l’ho dimenticato». Per Borgi non è mai stato il fiume a cibarsi di paura e dolore. Il mostro, se c'è, vive a decine di chilometri da qui. «La colpa non è del Serchio, dipende tutto dall'Enel. Se le dighe di Vagli e Borgo a Mozzano sono piene e le svuotano tutto d'un colpo, siamo fritti».
Così, per molti abitanti di Vecchiano e Pontasserchio è stato anche nel 2009. «Non scherziamo, lo sanno tutti, il fiume anche a gonfiarlo di pioggia cresce di 10 centimetri l'ora, ma quando in un'ora si alza di un metro vuol dire che hanno liberato la bestia», dice uno uomo al bar Bouffet a Pontasserchio. «A Borgo a Mozzano stanno rilasciando 500 metri cubi al secondo, se la piena si terrà entro i 1.500 metri non dovrebbero esserci problemi», rassicura il segretario dell'Autorità di bacino Raffaello Nardi. Il cavallone è atteso per le 5.30. «Da quello che so non sono piene - dice Nicolini - a Vagli mi dicono che in questi giorni affiorassero anche i tetti di Fabbriche di Careggine, il paesino sommerso». Ma sommersi a Nodica ci si ritrovarono sette anni fa. Da allora per Morena Cerrai e il marito Pierano Vannozzi, che vivono in via della Bozza, ogni allerta è l’alba di una notte insonne.
«Lo vede questo - dice Morena mentre si appoggia al tavolo di cucina puntellandosi con i piedi fra il pavimento e il lavello - spinsi con tutte le mie forze, l’onda spalancò la porta dell’ingresso, fra le gambe passò di tutto, vasi da fiori grandi come boe, tronchi, ferraglia, e melma. Abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo, ricostruire un piano della casa. Mi dica la verità, non scherzi, ma davvero sta arrivando una piena?».
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