Sicurezza
Laforenza-Picano, guerra di carte bollate
Querela per diffamazione dopo le dichiarazioni sulla truffa all’Ifc
PISA. Sono due big del Cnr. Ognuno leader nel suo settore e capace di dare lustro internazionale all’ente di ricerca. Domenico Laforenza nell’informatica, Eugenio Picano lo è stato nella cardiologia. Capita spesso, però, che tra cavalli di razza non corra buon sangue. E un inciampo nel percorso professionale diventa la pietra angolare di un duello legale.
Picano vs Laforenza. Succede che Picano ha querelato per diffamazione Laforenza. Motivo? Il casus belli è la storia dell’inchiesta per truffa ai danni dello Stato e alle casse dell’Istituto di fisiologia clinica all’interno del Cnr. Un’indagine della Guardia di finanza iniziata nel dicembre 2014, e non ancora conclusa, nella quale tra gli indagati figura anche Picano, accusato di non aver vigilato come direttore dell’Ifc chi manovrava fondi e ricerche.
Accusa di diffamazione. Laforenza, dopo lo scoppio dello scandalo sfociato anche in licenziamenti, rilasciò alla stampa alcune dichiarazioni che per il cardiologo, già docente universitario in Kazakistan, furono considerate diffamatorie. Di qui la presentazione della querela. Una decisione che sorprese Laforenza, persona misurata e poco incline a estemporaneità fuori luogo. Ma tant’è. Nel frattempo il fascicolo è finito sul tavolo del sostituto procuratore, Paola Rizzo che ha chiesto l’archiviazione. Altolà di Picano che, attraverso il suo legale, si è opposto alla valutazione delle dichiarazioni da parte della Procura e davanti al gup, Giuseppe Laghezza, ha chiesto di non archiviare. Vuole il processo per Laforenza. Nel merito il giudice si è riservato la decisione.
Fondi spariti. Eugenio Picano è stato direttore dell’Ifc dal 16 settembre 2008 al 30 aprile 2014. Uomo più votato alla ricerca che alla finanza spicciola, il cardiologo si è ritrovato sotto inchiesta per i presunti maneggi di altri. Al netto delle eventuali responsabilità penali, i meccanismi svelati nel corso dei riscontri investigativi hanno, comunque, messo in luce anomalie e gestioni di entrate e uscite opinabili. Al punto da ritenere necessario correggere quelle prassi consolidate (entrate e uscite in capo a uffici diversi, ndr) diventano l'humus in cui ha proliferato il sistema Borbotti. Marco Borbotti, 48 anni, di Molina Quosa, (licenziato perché falsificò la laurea in economia e commercio per essere assunto al Cnr) aveva ideato un meccanismo che per l’accusa avrebbe provocato un ammanco di oltre 3 milioni di euro, anche se le cifre definitive ancora non sono state formalizzate.
Il sistema. Un sistema azzardato e di corto respiro. Vediamo perché. I finanziatori c'erano, ma solo sulla carta. L'importante era imbastire con tutti i crismi formali il progetto e chiedere un'anticipazione di cassa all'amministrazione centrale del Cnr. Lo studio veniva avviato e concluso anche se poi al momento di contabilizzare le entrate le poste attive risultavano esistenti solo a livello documentale. In pratica il progetto se lo pagava il Cnr anziché l'ignaro sponsor fatto figurare come soggetto erogatore dei fondi necessari alle ricerche. E quando al privato veniva chiesto di saldare quello che su carta aveva dichiarato di voler finanziare, il "mecenate" cadeva dalle nuvole.
L’esposto. Quando Giorgio Iervasi subentra a Picano, alla direzione dell’Ifc, avvia una serie di riscontri che si concludono nel dicembre 2014 con un esposto in Procura. Si accorge che i conti non tornano e alcune convenzioni stipulate dall'istituto con enti finanziatori sono false. La contabilità presenta almeno 4 progetti (Gestsix, Gestsix2, Diamante, Corsa) che avrebbero dovuto portare fondi all'istituto, ma i cui sottoscrittori dicono di non aver mai firmato nulla e tra questi ci sono anche il Monte dei Paschi di Siena e l'Unione Europea. Tra gli indagati ci sono anche amici ed ex compagni di scuola di Borbotti ai quali andavano poi incarichi professionali sulle ricerche reali, ma finanziate dal Cnr anziché dai privati.
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