La manifestazione
TRA DANNI E SCONCERTO
di ANDREA LANINI Piazza Garibaldi, nei giorni immediatamente seguenti l'inondazione del 4 novembre 1966, il venerdì nero dell'alluvione. A partire dalla mattina di quel giorno plumbeo, in quelle ore...
di ANDREA LANINI
Piazza Garibaldi, nei giorni immediatamente seguenti l'inondazione del 4 novembre 1966, il venerdì nero dell'alluvione. A partire dalla mattina di quel giorno plumbeo, in quelle ore in cui il terrore di una città, di un'intera regione, ha il colore del fango, il fronte della battaglia tra Pisa e il suo fiume, che prenderà a esondare di lì a poco, corre lungo gli argini, e l'epicentro dello scontro è Ponte di Mezzo, già quasi inghiottito dalla piena.
Affollati di gente impaurita, piazza Garibaldi e Corso Italia gli montano la guardia (o meglio: lo vegliano come si veglia un moribondo) dalla notte precedente - una notte insonne: i pisani l'hanno trascorsa a scrutare la corrente scura, che non fa che crescere, conquistando centimetri su centimetri, apprestandosi a divorare con morsi di schiuma fuligginosa, limacciosa, i culmini delle spallette. In quegli istanti, dall'alto di un amato monumento, “L'Eroe dei due mondi” e il suo cipiglio di condottiero sembrano vigilare sulle frenetiche operazioni di messa in sicurezza degli argini da parte dei soldati, dei pompieri, dei numerosi corpi di soccorso presenti, della popolazione.
È una battaglia epica, e impari. Per ore, militari e civili tentano in ogni modo di respingere le acque dell'Arno in piena, che a Ponte di Mezzo stanno strappando, una a una, le balaustre in marmo, che si piegano e cadono come tasselli del domino. Poco dopo le 20, la furia del fiume si scaglia contro il centro storico. Sembra stia per scoppiare, l'Arno. Esce in più punti, Pisa teme il peggio - invece, durante la notte, l'acqua inizierà impercettibilmente a calare; ma in pochi, di nuovo, riusciranno a chiudere occhio: la paura inizierà a sbiadire solo alla luce del giorno dopo. Ma il sole di sabato 5 novembre illumina scenari di desolazione.
La città è sotto una coltre di acqua e melma - si ritirerà presto, lasciando ai pisani l'incombenza della conta dei danni. È in queste ore che Luciano Frassi fotografa piazza Garibaldi. I sacchi di sabbia abbandonati sul selciato, allineati a formare tristi linee di difesa che non hanno potuto difendere granché. Qualche passante le guarda distrattamente, quasi con dispetto: sono i resti di un naufragio che tutti vogliono già dimenticare. Le strade di nuovo praticabili; e tante auto fuori uso, quando non da rottamare: meglio muoversi in bicicletta. Se ne vedono molte, in questo scatto.
Lo stesso Frassi può di nuovo contare sulla sua due ruote preferita - la Vespa, il mezzo con cui in queste ore si sposta da una parte all'altra della città, di quartiere in quartiere, per immortalare gli effetti di un'alluvione di cui nessuno si scorderà più.
Pisa in ginocchio, “grazie” al suo Arno. Fosse qui, potesse seguire Frassi nei suoi reportage, chissà cosa penserebbe, quali parole troverebbe, di fronte a questo sconfortante spettacolo, lo scrittore tedesco Rudolf Borchardt, colui che nel suo celebre volume “Pisa, solitudine di un impero”, descrisse con parole appassionate il sodalizio tra l'orgogliosa città toscana e il suo fiume, sulle cui acque le filanti imbarcazioni di quella che fu una fulgida Repubblica marinara navigavano per raggiungere il mare e conquistare il Mediterraneo, splendido teatro di vittorie che resero la città, scrisse Borchardt, “capitale di un impero fondato sulle vele, anziché sulle spade”.
Delizie dei secoli che furono. Ultimamente il più grande fiume toscano a Pisa ha riservato più che altro croci. Ancora vivissimo il ricordo dell'alluvione del novembre (mese caro alle piene) 1949. Altre nottate da tregenda. Poi, nel '66, una tragica replica. Le gloriose vele di cui ragionava Borchardt sono un lontanissimo ricordo: il 4 novembre di cinquant'anni fa, su quell'acqua scura, scorrono grovigli immondi di rami e tronchi, indistinguibile ciarpame, carcasse di animali.
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