Sicurezza
Addio a Benvenuti, maestro di cinema
Mario è morto a 94 anni. Il figlio regista: «Un pilastro per una generazione intera, fu lui a insegnare la cinepresa ai Taviani»
PISA. Non c’era scampo, ancora no. Ti diplomavi e finivi nell’imbuto del Guf, il gruppo universitario fascista. Ci si ritrovò una mattina di settembre del 1940 anche lui con l’amico Giovanni Salardi. Questo alto, atletico, già deciso ad iscriversi al gruppo sportivo. Lui no, lui piccolo, magro, la mente correva a mille ma il corpo era minuto, si guardava intorno, distratto, smarrito. «E tu, che fai?», disse il segretario. «Io nulla». «Come nulla?!».
E allora finì all’ultimo piano di Palazzo Ricci, via Santa Maria. Poi sarebbe stata sede di Lettere, ma all’epoca lo era del Cineguf. Mario Benvenuti l’ha sempre detto: il suo incontro col cinema è stato casuale, i fascisti volevano ripulisse uno sgabuzzino «pieno di bobine abbandonate, pellicole rotte, polverose, e una cinepresa». Ne fece il laboratorio della propria esistenza, il luogo che avrebbe cambiato la sua vita, grazie a quel posto Pisa oggi possiede una collezione di documentari che la ritrae prima della guerra; sulla scia di quell’esperienza avrebbe fondato il cineclub Arsenale, Lucignolo, la Biennale del cinema dei ragazzi. Cineasta, documentarista, fotografo, chimico, insegnante, Benvenuti se n’è andato mercoledì alle 7.10 dopo anni di malattia. Venerd' 4 novembre alle 15 si svolgerà il funerale alla Pubblica Assistenza di via Bargagna. A salutarlo ci saranno i figli Luciano e Paolo, quest’ultimo regista pisano, da giovane assistente di Rossellini, che dal padre ha imparato ed ereditato passione e mestiere fino a conquistarsi il favore della critica alla Mostra di Venezia per i suoi cortometraggi. In fondo Mario Benvenuti è stato molte cose, ma soprattutto è stato un regista e un maestro per una generazione intera di allievi cresciuti certo con il mito dei grandi neorealisti ma anche attraverso l’abnegazione di un autodidatta ossessionato dall’inquadratura, dal tempo, dal ritmo del montaggio in macchina, dall’armonia e il linguaggio dell’immagine. «È stato lui a mettere in mano la cinepresa ai fratelli Taviani - racconta Paolo - Nella sua collezione esiste ancora il primissimo corto che girarono nel ’51 su dei vecchi tram abbandonati a Porta a Lucca». I pilastri per lui furono Rossellini e Visconti, lui lo fu per i fratelli Paolo e Vttorio Taviani, poi Valentino Orsini, Faliero Rosati, Enzo Cicchino e il figlio. Passò alla fotografia durante la guerra, «perché un fascista fuggì a Salò portandosi via la cinepresa». E ritornò chimico, anche, e partigiano. «Era nella Resistenza, e fece esplodere la linea ferroviaria da San Giuliano a Lucca su cui faceva la spola un cannone tedesco». Poi riprese a insegnare ai ragazzi, ossessionato dall’idea che il cinema dovesse diventare una materia scolastica, «perché la tv li stava plasmando e senza conoscerne il linguaggio non avrebbero avuto difese per riconoscerne gli inganni». Oggi la cineteca di Bologna conserva gran parte dei suoi lavori. Quelli restaurati sono a Pisa. «Sono stato anche uno dei primi cinereporter. Per l’Istituto Luce seguivo le manifestazioni, ho imparato anche così», ha dichiarato Mario in una delle ultime interviste alla casa editrice Ets per il libro Mario Benvenuti visto dal figlio Paolo. Ha imparato ascoltando il ticchettio della macchina, «gli ricordava che la bobina stava scorrendo e con lei anche le lire che sarebbero servite a ricomprarla. Io ci sono riuscito solo dopo vent’anni, per lui era naturale. Montava in macchina. In tre minuti girava un documentari, senza dover tagliare e incollare la pellicola. Ogni inquadratura un quadro, ogni momento il momento essenziale».
Mario Neri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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