Il Tirreno

Pisa

Ore 7.30, i mayday ai pompieri-eroi «Il ponte è crollato»

di MARIO NERI
Ore 7.30, i mayday ai pompieri-eroi «Il ponte è crollato»

I salvataggi, le imprese, il coraggio dei vigili del fuoco raccontati da tre reduci del disastro del novembre ’66

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di MARIO NERI

Poi avrebbe invaso tutto, una lastra di melma sui lungarni, Corso Italia e Borgo Stretto. Ma solo poi. Qui c'era ancora speranza. Era passata la notte, Firenze era già caduta, Pisa ancora no. Non era ancora mare, non era più fiume. Acqua di mezzo, laguna, preludio di foce. «Ma fu tutto inutile, un palliativo. Ci avevano allertato di notte, ci inviarono con i sacchi. Noi li posizionavamo nella fenditura rimasta fra le spallette e le paratie, l'acqua le stava già superando da sopra. Straripava».

Ventitré anni. Nei vigili del fuoco c'era entrato da «idraulico» un anno prima dopo il servizio militare e l'addestramento a Capannelle, Roma. Negli anni, per lui e i compagni sarebbero arrivate le missioni più difficili della storia d'Italia, i terremoti in Friuli e in Irpinia, la carcassa del Moby Prince, esplosioni, incidenti stradali. «Ne ho viste tante ma io diventai pompiere lì, a cercare di tappare la bocca all'Arno che sembrava voler inghiottire la città», racconta . Franco Taglioni. Diplomato all'Iti, l'avrebbero voluto all'Olivetti, chiuso nella fabbrica modello. «Io sono nato a Coltano, da famiglia contadina, scelsi l'aria aperta, scelsi di sentirmi vivo, seguii il consiglio di mio padre, così mi feci la leva nei vigili e poi mi arruolai volontario. Fu più forte di me». E lo è ancora oggi. «Tutte le notti sono in servizio, sogno gli interventi, la caserma, la campagnola con cui quella notte io e il brigadiere triestino Morich passavamo sui ponti terrorizzati all'idea che le onde che sbattevano sui parapetti prima o poi ci travolgessero portandoci via». Sogna di tornare ragazzo, eroe del fango, questo reduce del 4 novembre 1966 a cui l'Arno continua ancora oggi a far esondare l'inconscio.

Figlio di una generazione che ha scritto alcune della pagine più luminose di solidarietà della storia del Paese, Taglioni è uno dei vigili del fuoco inquadrati alla base del viale delle Piagge che segnarono quei giorni con il loro coraggio e la loro abnegazione, decine di uomini diventati custodi di una memoria ancora viva del disastro. Alcuni non ci sono più, sono morti, altri sono ancora in vita. Guastatori, fluviali, alpini, sommozzatori, cinofili. Quei giorni furono i loro giorni. Senza di loro la città non si sarebbe rialzata, domani con loro celebrerà la rinascita nella cerimonia in Comune.

Non ce l’avrebbe fatta senza Elio Mainardi, oggi 81 anni, pisano, 31 all’alba del 13 novembre di 50 anni fa. Per lui l’alluvione fu soprattutto un insieme di suoni, un flusso di voci, una piena di messaggi e richieste di aiuto. «Ero il capo reparto della centrale operativa. Uscii spesso a dare una mano ai colleghi, ma molto tempo lo passai alla radio. Coordinavo le squadre. L’energia elettrica in molte zone era saltata, e lo sfrigolio degli altoparlanti segnò i momenti cruciali del disastro. Uno su tutti, il crollo del Ponte di Solferino. Credo fossero le 7.30. Non so come ma a chiamare fu un civile, un cittadino. “È crollato, è crollato”. C’erano state vittime, sul lungarno Pacinotti la violenza dell’acqua aveva strappato via il marciapiede, moltissimi negozi e case fino a Porta a Lucca erano state invase dall’acqua, ma quello fu come un rintocco terribile. A nove giorni dall’inizio, l’Arno non si era ancora placato, e il ponte ritenuto indistruttibile venne giù come carta pesta, si sbriciolò in una nuvola di polvere».

Ponte di Mezzo inagibile, quello di Solferino distrutto. Pisa si era spezzata. «Ero lì, quello sono io», racconta Taglioni indicando una foto di Luciano Frassi che lo ritrae ragazzo mentre si allunga sulle spallette con uno dei sacchi di sabbia. «Le tecniche di difesa non sono cambiate - riprende Mainardi - paratìe, sacchi, non ci sono molte altre armi per difendersi da un fiume imbizzarrito». Avevano già cominciato a imbrigliarlo l’Arno, a cinturarlo di fabbriche, di insediamenti, di cemento. «La vera emergenza fu in provincia, Pontedera, Santa Croce, Castelfranco e Santa Maria a Monte divennero una laguna», dicono quasi tutti i pompieri dell’epoca. «Ci chiamarono nella notte, e dissero che a San Donato avevano tagliato l’argine, si decise di sommergere i campi per non inabissare la città», di dare in pasto all’Arno la campagna e salvare Pisa. «Così - dice Taglioni - lasciammo i lungarni e ci dirigemmo verso Santa Maria». Vigili del fuoco, paracadutisti, perfino i militari arrivati da Camp Darby soccorsero migliaia di persone. «Era esondato anche l’Era, non solo l’Arno. Fu un vero disastro, l’acqua in alcune zone aveva raggiunto i tre metri di altezza, aveva travolto case, palazzi, cascinali, fabbriche - dice Mainardi - Ricordo che in alcuni casi perfino i nostri si trovarono in difficoltà. Un brigadiere mi chiamò in radio piangendo, credeva di non avere più scampo. “Sto per annegare”. Riuscii a mandare una squadra a salvarlo».

«Alcuni avevamo un mezzo anfibio, il Gmc, gli americani lo avevo usato per gli sbarchi - racconta Taglioni - ci portammo via migliaia di persone, donne, bambini». «Sì, ma sbandava, picchiava nelle mura, era adatto per seguire il corso della corrente non per contrastarla». Trecento dieci fabbriche sommerse, 1.350 artigiani in ginocchio, 1.450 negozi, l’alluvione fu anche un naufragio economico, costrinse la Toscana affacciata all’Arno a vivere un terzo dopo guerra, ma ribellandosi il fiume impose la fine di un’epoca. «Quasi subito capimmo che era stato una strage per il bestiame - dicono Taglioni e Mainardi - Nei cascinali, nelle stalle erano rimaste intrappolate mucche, capre, polli. Erano talmente tanti, ammucchiati sugli argini dell’Era, intrappolati nelle stalle, che all’inizio si pensò di bruciarli. Ma i lanciafiamme non bastavano, così venne scavata una fossa a Montefalcone. Ricoprirono le carcasse con la calce per paura delle epidemie».

Chi non si spese per Pisa, lo fece per Firenze. Come Giovanni Del Bravo, 71 anni. «Io ero entrato nei vigili del fuoco a gennaio, ma iniziai a Ferrara, avevo 21 anni. Partimmo dall’Emilia a mezzanotte, facemmo tutta la A1 col Gmc che si surriscaldava come un bufalo. La vista dei lungarni mi sconvolse. I palazzi erano diventati gli argini, sul fiume passava di tutto, alberi, auto, e noi si cercava di navigare rasente i muri, per evitare i mulinelli. Non lo dimenticherò mai, come non dimenticherò le facce delle donne, dei bambini, degli uomini che si gettavano sul cassone dalle finestre, delle famiglie che nei quartieri periferici, si erano rifugiate sui tetti, urlavano e sparavano nel buio per farsi riconoscere, per chiederci di soccorrerli». «C’era fu anche chi si rifiutò di lasciare le case. A Santa Maria ci spararono - ricorda Taglioni - Ci avvicinammo con una barca gridando. Avrebbero rischiato di morire. Una fucilata ci passò sopra le teste. «Ho visto migliaia di facce - dice Del Bravo - mi hanno abbracciato, stretto la mano, alcuni li ho visti piangere, altri ammutoliti dalla paura o dalla disperazione per aver perso tutto. E se potessi, oggi, vorrei poter ritendere loro la mia mano. Dire che è passato tutto, l’Arno ha ripreso il suo corso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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