Attenzione
Il “fiumicel soave” fece esplodere il lungarno Pacinotti
Sembrerebbe uno scatto risalente ai bombardamenti del ’43, ma è invece la dimostrazione della furia dell’Arno
di ANDREA LANINI
La si direbbe una foto dei giorni terribili della guerra.
Magari proprio del 31 agosto 1943, data in cui le bombe sganciate dalle fortezze volanti americane radono al suolo un quarto del territorio urbano.
O dell'estate dell’anno dopo, del 1944, quando l'Arno, trasformato dal conflitto in fronte - su una sponda le truppe nazifasciste, sull'altra quelle alleate - viene tempestato dalle esplosioni.
Invece, il “mitico” fotografo della memoria pisana Luciano Frassi la scatta a metà novembre 1966, a immortalare gli effetti della rottura di una tregua.
Pochi giorni prima, il 13 novembre: tra Pisa e il suo fiume, dopo un duello interminabile, sembra tornata la pace; dopo le pesanti tracimazioni di venerdì 4, ovvero il “giorno orribile”, l'acqua rientra lentamente nei ranghi; dopo notti insonni, la città e la popolazione tornano a respirare all'unisono.
“Pisa la miracolata”, titolano i giornali. In effetti è così: rispetto a Firenze e Pontedera, “le grandi alluvionate”, qui i danni provocati dalla furia della piena sono assai più contenuti.
Ma ecco che il “miracolo” subisce uno sfregio che sa di beffa. È una specie di vendetta consumata fredda, dopo i momenti incandescenti della lotta sulle spallette.
Il 13 novembre, era una domenica, l'Arno impone un ultimo sacrificio. Alle 7.30, ponte Solferino, la cui eleganza rivaleggia nel cuore dei pisani con quella di Ponte di Mezzo, rovina. Il gigante dai bei fregi in marmo rantolava da ore, irrimediabilmente fiaccato dalla pressione della piena: ma si sperava di riuscire a salvarlo. E, a distanza di pochi mesi, crolla anche un tratto di lungarno Pacinotti, il cui argine, per decine di metri, smotta verso l'acqua, lasciando davanti a Palazzo alla Giornata, sede del Rettorato dell'ateneo pisano, una tetra voragine.
Cumuli di terra, camion e ruspe al lavoro, operai indaffarati, ponteggi e impalcature: è ciò che l'obiettivo di Luciano Frassi racconta con un bianco e nero che sa di fatica e macerie, di fango e polvere.
Non era la prima volta che, all'altezza dei lungarni, il fiume inghiottiva le proprie sponde, i propri ponti.
Un analogo, “brutale attacco” la città lo subì, come narrano antiche cronache, il 10 dicembre 1869, in seguito a lunghe e intense piogge; l'inondazione provocò “il sormonto dei parapetti e il crollo, per un tratto di circa sessanta metri, del parapetto di sinistra tra il Ponte della Fortezza e il Ponte di Mezzo (il che diede luogo anche a perdite di vite umane); crollò anche il Ponte a Mare, e si manifestarono gravi lesioni ad alcuni archi e ad una pila del Ponte alla Fortezza, per cui le comunicazioni tra le due parti della città si ridussero praticamente al Ponte di Mezzo”.
La lunga storia delle inondazioni dell'Arno a Pisa (dal 1173 al 1840, le volte in cui il fiume “ha dato di fuori” sono state 68) cita un altro giorno, il 13. Era, stranamente, d'estate. Il 13 agosto 1547, un'eccezionale piena del “fiumicel che nasce in Falterona”, come Dante definisce l'Arno nel XIV Canto del Purgatorio, scosse la tranquillità dei pisani.
Altri secoli, altri poeti: Gabriele D'Annunzio, nella lirica “I camelli”, pubblicata nel 1903 nella raccolta “Alcyone”, parla dell'Arno definendolo “soave”. Nel verso precedente, il Vate cita l'iscrizione che dà il nome al Palazzo alla Giornata, chiamato così per via del celebre, enigmatico motto che il suo antico proprietario, Francesco Lanfreducci il Vecchio, cavaliere di Malta, ebbe a profferire riferendosi, a seconda delle opinioni, alla sua prigionia nelle galere d'Algeri (questa la versione sposata da D'Annunzio), o alla capacità dei Lanfreducci di affermare il proprio valore nei momenti cruciali.
Sia come sia, l'Arno, che nel novembre del '66 fece scempio di lungarno Pacinotti, non fu certo un “fiumicel soave”. Ma una specie di titano furioso, pronto, proprio come Saturno, a divorare i propri figli.
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