Il Tirreno

Pisa

“Il filo dell’acqua” al teatro Verdi «Messo in scena per emozionare»

di MARIA TERESA GIANNONI
“Il filo dell’acqua” al teatro Verdi «Messo in scena per emozionare»

di MARIA TERESA GIANNONI Quante alluvioni dovranno passare ancora perché nel nostro paese e nei nostri territori le cose cambino davvero? Firenze ha organizzato una serie di manifestazioni per...

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di MARIA TERESA GIANNONI

Quante alluvioni dovranno passare ancora perché nel nostro paese e nei nostri territori le cose cambino davvero? Firenze ha organizzato una serie di manifestazioni per ricordare l’alluvione del 1966, durante le quali torneranno in Toscana cinquecento “angeli del fango” che, 50 anni dopo, rifaranno un altro miracolo ritrovando per un momento la loro giovinezza e mostrando a tutti gli ideali dei quali l’avevano nutrita. Ma anche Pisa non dimentica: qui la piena dell’Arno arrivò il pomeriggio del 4 novembre dopo aver sorpreso i fiorentini nella notte. La città della Torre fu invasa da fango e detriti e qualche giorno dopo crollò il Ponte Solferino. Pisa ricorda quelle giornate a chi allora c’era e ai più giovani con lo spettacolo “Il filo dell'acqua” al teatro Verdi il 5 e il 6 novembre e con una mostra fotografica dal titolo “4 novembre 1966. L’alluvione a Pisa”, inaugurata venerdì scorso a Palazzo Blu (ingresso gratuito, aperta fino al 29 gennaio).

Autore del testo dello spettacolo “Il filo dell’acqua” è Francesco Niccolini, aretino ma da anni residente a Livorno, uno degli autori più importanti del teatro italiano che ha scritto per Marco Paolini (il Vajont, Il Milione, Appunti Foresti, ecc.) e per altri attori, da Arnoldo Foà a Alessio Boni, da Anna Bonaiuto a Alessandro Benvenuti. Niccolini aveva già presentato un testo per il quarantesimo dell’alluvione, dieci anni fa, un “oratorio laico” come lo chiama lui: a portarlo in scena allora erano Marco Paolini, Sandro Lombardi e Anna Meacci, ora sul palco ci saranno gli attori della compagnia Arca Azzurra, Massimo Salvianti, Dimitri Frosali e Lucia Socci, diretti da Roberto Aldorasi e dallo stesso Niccolini. C’è anche un libro pubblicato da Scienza Express con la prefazione di Giorgio Valentino Federici, professore di costruzioni idrauliche all’università di Firenze.

Dopo Pisa lo spettacolo sarà l’8 novembre al Puccini di Firenze e il 25 agli Industri di Grosseto. Dieci anni fa il testo si fermava a raccontare gli avvenimenti con descrizioni particolarmente toccanti dell’inconsapevolezza dei fiorentini che nessuno aveva allertato la notte del 4 novembre mentre il livello dell’acqua cresceva, del risveglio come un incubo, dello Stato assente, della visita di Saragat con tanto di corteo mentre la gente spalava da sola. A dieci anni di distanza la storia continua: non c’è soltanto il ricordo, c’è un’altra indignazione. Niccolini è andato avanti nella scrittura perché in questi dieci anni sono state tante altre le inondazioni che l’Italia ha sofferto. «Premetto che non ho inteso fare un reportage giornalistico - dice -, ma un lavoro poetico che faccia battere il cuore. Comunque ho avuto dei pessimi motivi per tornarci sopra. Perché la situazione italiana è peggiorata tantissimo. Ogni anno ha cominciato ad andare sott’acqua qualcosa, Lucca, Genova, il Piemonte. Vanno sott’acqua due terzi dell’Italia da marzo a dicembre, basta un po’ d’acqua che succede il finimondo. Nessuno fa più manutenzione, hanno fatto costruire d. appertutto, anche in riva ai fiumi, e così qualunque piccolo torrente diventa mostruoso». Ma chi pronunciò le parole più importanti all’epoca? «L’ex sindaco La Pira - continua Niccolini - che ha lavorato a sollevare moralmente la città. “Un mattone per ciascuno”, diceva “senza discriminazioni. Firenze è un’isola, un esperimento nuovo, prezioso, i parroci e i comunisti lavorano fianco a fianco”. Uno dei motivi per cui questa storia piace è perché per fortuna non va a finire male come altre tragedie: le vittime furono solo 17 a Firenze e poco più di 30 in tutta la Toscana. Firenze è stato un esempio di resurrezione civile, con la partecipazione di tanti giovani che arrivavano da tutte le parti d’Europa. Un altro caso di grande solidarietà si è avuto soltanto nel 1976 per il terremoto del Friuli. In tutti e due questi avvenimenti si è capito che gli uomini sono capaci anche di qualcosa di bello, ma per dimostrarlo non dovrebbe essere necessario avere il fango fino alle anche».

La reazione all’alluvione di Firenze fu qualcosa di speciale. «Oggi siamo abituati a consumare le tragedie con grande rapidità. C’è un’onda emotiva altissima nei primi giorni e dopo si passa a un'altra tragedia. Oggi, come ha dimostrato il terremoto di Amatrice, donando 2 euro dal telefonino ti puoi mettere la coscienza a posto. In questi dieci anni quante volte abbiamo sentito i sindaci parlare di piogge senza precedenti? Sono frasi criminali: sono centinaia di anni che in Italia piove quando le correnti calde dal sud incontrano arie fredde siberiane. Solo che ora le chiamano bombe d’acqua». Nello spettacolo le voci si mischiano, si intrecciano con la musica di Paolo Coletta come seguendo uno spartito musicale. Il ritmo è quello dell’acqua, veloce come quello dell'Arno quando diventa furioso.

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