Lutto
Alcol, degrado, abusivi tutte le ordinanze vanificate dai ricorsi
Ecco perché il sindaco invoca «più poteri» e la legge Alfano Almeno 4 quelle disinnescate dal Tar o dai cavilli normativi
PISA. «Più poteri, più poteri». Se non fosse ormai chiaro a tutti i pisani, potrebbe anche sembrare una crisi d'astinenza da supereroe, un delirio da cosplayer. Per Marco Filippeschi è diventato un tormentone. Ma tranquilli, il sindaco non sta studiando da mago. Semplicemente invoca come una manna la legge Alfano sulla sicurezza urbana, l'unica - è convinto - che possa armarlo contro la movida, anzi contro i vari Tar, tribunali, Consigli di Stato che negli ultimi anni hanno disinnescato le iniziative più efficaci schierate contro degrado, sballo, risse, abusivismo, spaccio, abuso di alcol e droga. La cavillosità normativa sembra essere diventata la migliore alleata della mala-movida. La birra calda (ri)raffreddata dal Tribunale del Riesame è solo l'ultimo atto di questa battaglia impari.
È dall'era Fontanelli che è tutto un varare e ricorrere, approvare e ritirare. Limiti agli orari dei locali, chiusure anticipate, divieti sulla vendita del vetro, ordinanze anti-borsoni contro i venditori abusivi: non c'è quasi provvedimento che non si sia impigliato nella ragnatela di codici e codicilli. Lei sì, imbattibile, come i supereroi. Caso limite, quello di un’ordinanza varata a maggio 2015 per imporre al giudice fallimentare dell’azienda Galazzo di recintare i capannoni abbandonati sull’Aurelia, ed evitare così intrusioni e occupazioni di sbandati e spacciatori. «Il curatore l’ha impugnata e ancora attendiamo il verdetto», dicono dal Comune.
La prima vittima nel 2008. L'amministrazione provò a chiudere una falla alla stazione, il Tar aprì uno squarcio. «Anni fa - ripete ogni volta che può il sindaco - per tamponare i problemi di sicurezza emanammo un'ordinanza che anticipava la chiusura dei locali. Fecero ricorso e lo vinsero». Da lì in poi, frane a ripetizione. Uno strapotere della burocrazia che finora ha mortificato qualsiasi mossa, anche di rinterzo. Prendere ispirazione dalle città cugine infatti non serve. Così, a marzo 2013, l'assessore Giuseppe Forte ritira l'ordinanza ispirata a quella varata un anno prima da Matteo Renzi per impedire ai locali fiorentini di vendere bevande alcoliche da asporto dopo le 21.15. Nel mirino, ovvio, i minimarket, i benzinai della movida a cui però il Tar toscano dà ragione. Le sentenze in altre città hanno perfino fatto da deterrente. Inutile allora vietare la vendita di alcol nei minimarket dalle 22 alle 6 del mattino prendendo spunto da Dario Nardella, che ad agosto scorso si è visto annullare un’ordinanza del 2014.
Che poi in Italia c'è Tar e Tar, c'è chi dice no e chi invece dice sì. A Genova così nel 2011 il sindaco Marta Vincenzi si è vista respingere il provvedimento che fissava orari e decibel per i locali notturni, mentre un mese fa Marco Doria ha vinto sui ricorsi dei commercianti contrari alle chiusure anticipate. E se a Roma la magistratura ha demolito molte delle misure anti-alcol, un anno fa ha consentito al renziano Giorgio Gori di mantenere il "coprifuoco" fissato alle 1.15 per pub e bar a Bergamo. L'ultimo capitolo di questa corsa alle sospensive è stato scritto sull'ordinanza sulla birra calda, vanificata dal Tribunale del Riesame. Il giudice ha riconosciuto al titolare di un minimarket di piazza delle Vettovaglie il diritto a riavere le mille bottiglie che i vigili urbani gli avevano confiscato in forza del divieto di refrigerare alcolici. Non c'erano le condizioni di "contingibilità e urgenza". La movida, in sostanza, non è un fenomeno nuovo. Certo, ma l'emergenza ormai è cronica. L'onda si è alzata e non è mai tornata giù. Così, hai voglia a gridare in faccia al sindaco ad ogni assemblea. Lui chiede «più poteri, più poteri», ma mica si chiama Filippotter.
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