Toscana
Io all'università 25 anni dopo la laurea: Pisa resta sempre magica - Il ricordo
Il nostro giornalista Antonio Scuglia alla cerimonia degli ex studenti dell'ateneo. I suoi pensieri di ieri e di oggi e i tanti anni trascorsi in un attimo
Il primo pensiero che mi è venuto, quando dal palco hanno iniziato a chiamare i nomi dei laureati di tanti anni fa, e sapevo che di lì a poco sarebbe toccato a me, è stato: «Cosa ci faccio io qui?»: l’università per me è stata sempre un’istituzione sacra, e soprattutto qualcosa che mi sembrava al di sopra delle mie capacità. Non solo quando studiavo, ma anche dopo essermi laureato (non molto brillantemente: il 18 per me non era un ripiego ma un obiettivo).
Il secondo è stato: «Ma davvero è passato così tanto tempo?». Già. Venticinque anni. Un quarto di secolo. Un tempo lunghissimo eppure volato via in un soffio. In cui non è solo cambiata la mia vita, ma è cambiata anche la società. E così anche la città che mi ha adottato. E allora mi sono trovato a ripercorrere quegli anni così diversi da oggi.
Anni diversi per noi studenti: all’epoca anche chi era veramente povero poteva studiare, magari con un po’ di sacrificio. Pisa era più bella, più a misura d’uomo.
Lo dico con un senso di fastidio verso me stesso: i vecchi (all’epoca, per me uno di cinquant’anni era un dinosauro) si guardano sempre indietro e dicono «ai miei tempi...». Ma non vorrei creare un equivoco: Pisa era più bella proprio per noi giovani di allora.
Sì, non c’erano discoteche, locali, movida. Sì, il reddito medio - sia di noi che venivamo dal Sud che dei compagni di corso di Pisa e dintorni - era molto inferiore rispetto ad oggi. Sì, durante le nostre manifestazioni i manganelli della polizia erano a volte impiegati con una certa “liberalità”.
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Ma l’aria che si respirava era diversa. Studiare sino a notte inoltrata e poi uscire, in qualsiasi strada anche non illuminata, non destava preoccupazione. Pisa era più piccola (o dava l’impressione di esserlo), era più a misura di pedoni e di biciclette, era meno rumorosa, era più romantica. Forse perché non c’erano internet, le mail, i social network, ci si vedeva di più, si parlava guardando in faccia l’interlocutore.
In piazza dei Cavalieri si faceva tardi anche allora. Forse rispetto ad oggi c’era un’aria di timore reverenziale verso la città: sia da parte di chi arrivava da fuori, sia da parte di chi c’era nato. E allora veniva più difficile pensare di deturparla (a parte le scritte sui muri, molte e molto più sanguinose di quelle odierne), persino più difficile pensare di fare o tollerare schiamazzi.
Chi studia oggi, a Pisa come altrove, è meno fortunato di noi ex giovani: è meno protetto e meno garantito da ogni punto di vista, la laurea «a quei tempi» era comunque un passaporto decente per il mondo del lavoro e oggi non lo è più. Però posso dire che la magia di questa città e di questa università non sono cambiate. Ed è bello essere ancora qui.
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