Il Tirreno

Pisa

«Papà pagò i “cugini” per farmi arrivare»

di Mario Neri
«Papà pagò i “cugini” per farmi arrivare»

Viaggio in una delle case famiglia che accolgono i giovani stranieri usati dagli “scafisti dei cieli” per il business dell’accoglienza

5 MINUTI DI LETTURA





PISA. Oleg ora gioca, impugna un joystick della playstation e, per un assurdo scherzo del destino, vola. Vola da uno dei divanetti del salotto della casa famiglia con questo videogame che simula proprio la guida di uno dei boeing con cui è sbarcato a Pisa neppure un anno fa. «È stato facile - racconta - un gioco da ragazzi, un 747 low cost Ryanair Tirana-Pisa». Di là dall’Adriatico sembrava il volo dei miracoli, pochi secondi sul suolo italiano e ne è stato certo, un salto nel buio. Varcato il gate, l'hanno ritrovato così: l'aria stanca, gli occhi grigi come la strada e persi nel nulla. «Niente valige, niente telefono e spariti anche i cugini». Oleg, 17 anni, una t-shirt di una squadra di calcio - l'abbiamo capito ormai - non dice tutta la verità. Forse nemmeno la sa. «Cugini», lui li chiama così i passuer della tratta, gli scafisti del cielo che da almeno tre anni sfruttano i gorghi sociali dell'Albania alimentando un business sui flussi migratori dei «minori stranieri non accompagnati».

È quella la definizione tecnica dell'accoglienza per lo Stato italiano, anche se in realtà gli accompagnatori esistono eccome e hanno capito che fra le pieghe del gergo burocratico lo Stato italiano può distribuire un tesoro milionario e un italian dream a una generazione perduta. «I cugini hanno fatto il viaggio con me, erano venuti dai miei genitori a casa, dicendo che a Pisa avrei potuto trovare un lavoro, costruirmi un futuro. Mio padre fa il muratore, guadagna pochissimo, però ha messo da parte i soldi e li ha pagati».

Quando si è girato, all'aeroporto, erano svaniti nel nulla. Funziona così, se sei minorenne straniero senza famiglia o tutori, l'Italia ti accoglie. E da quel momento anche lui è diventato uno dei ragazzi "fantasma" a carico del welfare. Ogni anno sui minori non accompagnati l’Italia investe 20 milioni di euro: le cooperative sociali offrono alloggio, vitto, formazione, affetto e una rete protettiva che si attiva anche dopo i 18 anni, quando sono costretti ad uscire. «La mia famiglia ha pagato, sì». Quale famiglia non lo farebbe. Ogni tutore-traghettatore fittizio può guadagnare da 1.000 a 2.000 euro a viaggio, raccontano i ragazzi.

In questo ex convento alle porte di Pisa ce ne sono ospitati 12, e ben undici hanno la stessa provenienza: Albania. Solo l'area pisana coperta dallo scudo sociale della Società della Salute quest’anno ne ha già accolti 60, 52 arrivati proprio sulla rotta Tirana-Pisa. Rispetto al 2015 sono aumentati del 40 per cento. E per la presidente, Sandra Capuzzi, sulle vite di questi orfani dei Balcani si sta giocando un partita a doppio taglio: «C'è il rischio che molti di loro siano vittime di un racket, per questo non possiamo esimerci dall'offrire loro aiuto. Ma stanno occupando tutti i posti nelle comunità, rischiamo di non riuscire a offrire un soccorso adeguato a bambini che sbarcano sulle nostre coste dall'Africa». Migranti contro migranti, quale conta di più?

E c’è un altro nodo irrisolto: a questi ritmi, i costi stanno esplodendo, col rischio di far collassare la rete. Per ogni ragazzo ospitato in comunità Comuni e Stato versano alle coop del privato sociale fra le 80 e i 120 euro, e quest'anno se ne sono già andati 500mila euro. «Anche perché chi arriva qui, nella maggior parte dei casi trova un àncora di salvezza«, dice Alberto Grilli, responsabile della cooperativa il Simbolo. Perché Oleg sta già studiando da idraulico; Aleja, Derlbiol, Savicek, tutti trovati dalla Polaria o dalla polizia a vagare nelle gallerie del Galilei o intorno alla stazione nell'ultimo anno, seguono corsi di italiano, Mitkor, che ora ha 18 anni, ha trovato un lavoro da giardiniere. »"C'è chi nel corso degli anni è diventato impresario edile, chi pizzaiolo, soltanto alcuni si perdono una volta arrivati alla maggiore età", racconta Ilaria Signorini, una dei sette operatori e educatori. "Certo, le lusinghe dello spaccio e della criminalità sono molto forti, i soldi facili una calamita. Lo sono stati per i tunisini, ma gli albanesi hanno le idee chiare, arrivano qui sapendo ciò che vogliono". Arrivano istruiti. "Da chi sono stato accompagnato? Da amici. Che fine hanno fatto? Via", fa con un gesto della mano dice Albiol, quasi 15 anni, arrivato due anni fa. Capelli rasati, Nike ai piedi più grandi di tre o quattro numeri imprestate da un amico, un ciuffo di treccine sulla testa rasata. Anche lui come gli altri sapeva cosa rispondere ai poliziotti. "Non la mia famiglia non è in Italia, io non ho nessuno qui". È la formula magica, la chiave che scongiura il rimpatrio assistito. Racconta di essere fuggito da un padre "che beveva, che urlava sempre con la mamma, chiuso in camera, e comunque io non li vedevo, non c'ero mai, era un inferno. Per questo sono scappato". Non è chiaro a nessuno quanto biografie, racconti e storie di questi giovani siano fittizie o autentiche, la verità è un filo sottile. Così chissà se davvero Orgest, 17enne, due sorelle e un fratello più piccolo, ha passato l'infanzia a "spaccarsi la schiena" nelle campagne di Lushnje: "Sette giorni su sette, 12 ore al giorno per 8 euro a giornata, lavoravo nei campi col babbo, mai una vacanza, mai riposo, seminavo cavolfiori e li raccoglievo, e nel tempo libero andavo a caccia di ricci, mi occupavo dell'orto, le galline e le capre, unica nostra fonte di sostentamnento". E chissà se Genso, che vorrebbe fare il meccanico, è davvero fuggito da Tropoj, nel nord dell'Albania, per non replicare la vita di suo padre e tanti amici di suo padre che sono morti di cancro dopo una vita passata nelle miniere di cromo.

"Perché tante domande", chiede uno. Sono tutti maschi, perché le "famiglie fanno partire solo i maschi", dice Albiol, perché "sanno come funziona in Italia, i miei almeno lo sapevano, sapevano che avrei ricevuto aiuto e sarei stato aiutati", confessa Oleg.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web