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«La riforma dà meno potere ai cittadini»
CALCI. Lunedì 3 decine di persone hanno affollato il teatro Valgraziosa per l'incontro promosso dal comitato locale per il No sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Ospite d'eccezione Gianfranco...
CALCI. Lunedì 3 decine di persone hanno affollato il teatro Valgraziosa per l'incontro promosso dal comitato locale per il No sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Ospite d'eccezione Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all'università di Bologna che, introdotto da Stefano Lonati e Mary Ferri e sollecitato dalle numerose domande del pubblico, ha spiegato le criticità da lui riscontrate nel testo di legge.
Il politologo è uno dei sostenitori del no alla riforma costituzionale, approvata dal Parlamento ad aprile e sulla quale i cittadini voteranno "sì" o "no" al referendum confermativo del 4 dicembre. «Questa riforma non dà più potere ai cittadini e non crea una situazione migliore, anzi porterà ad una deriva confusionaria - dice il docente, già senatore di Sinistra Indipendente e Progressisti negli anni Ottanta e Novanta -. Lo slogan dei promotori "meglio che niente" non funziona, direi piuttosto "meglio non farle delle riforme così"». Secondo Pasquino, i provvedimenti varati dal governo Renzi non aumentano il potere dei cittadini e «già da questo si capisce che non sono delle buone riforme. Dopo l'abolizione delle province, si avrà un "Senato delle Regioni" in cui i senatori sono nominati dai consigli regionali. Nella riforma del titolo quinto della Costituzione, il potere dei cittadini sparisce nel rapporto con le Regioni. Si restituiscono allo Stato poteri che le Regioni avevano ottenuto con la riforma del centrosinistra del 2001: si ribadisce la supremazia statale e non si risolvono alcuni problemi; sarebbe stato meglio accorpare alcune Regioni ed eliminare lo statuto speciale delle regioni; esse dovrebbero essere tutte uguali». Altra novità, la modifica della disciplina sui referendum («se i cittadini che chiedono il referendum sono 800.000, allora il quorum diventa la metà dei votanti alle precedenti elezioni più uno») e l'abolizione del Cnel. «Non è vero che questa è la prima riforma dopo trent'anni di stallo: il centrosinistra ne ha fatta una nel 2001, il centrodestra nel 2005 - spiega - È stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti (anche se poi è riapparso), il ministero delle partecipazioni statali; è stata cambiata la legge elettorale dei sindaci, una vera e grande riforma». Secondo il politologo, se vincerà il "sì" la riforma non sarà immediatamente attuabile e nasceranno diversi problemi. E non ci sarà un risparmio sostanziale. «Basta confrontare il nuovo e l'attuale articolo 70. Si introducono sette modalità di produzione di legge che sono in conflitto tra loro - dice ancora Pasquino -. Inoltre, il Senato delle Regioni si occuperà della legislazione e dei rapporti con l'Unione Europea, e della complessa valutazione delle politiche pubbliche. I senatori nominati rappresentano comunque un costo. Per risparmiare bastava ridurre il numero di deputati».
Sharon Braithwaite
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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