Finanza
Una marcia silenziosa «Giustizia per Ivan»
Ricordi e saluti per il giovane impegnato nella difesa dei diritti dei migranti «Non è morto, vogliamo credere che sia ancora qui con la sua gentilezza»
PISA. La testimonianza e il silenzio. Due modi diversi, ma complementari, per ricordare Ivan Tikhomirov, il 27enne russo ucciso domenica 18 settembre durante una lite in un appartamento al quarto piano di un condominio di via Matteucci.
Quello che Ivan aveva dato in vita con la sua generosa dedizione verso il prossimo in qualche modo ieri pomeriggio si è tradotta nel dolore partecipato di chi, dal Dopolavoro e fino a Piazza XX Settembre, ha voluto rendere omaggio con la marcia muta a cui bastava lo striscione esibito alla testa del corteo per chiarire ogni significato: “Giustizia per Ivan”. Accusato di omicidio volontario, dal 18 settembre è in carcere Tomasz Dariusz Warda, 39 anni, polacco. Dopo averlo picchiato avrebbe spinto dal balcone il 27enne.
La invocano gli amici di Ivan una giustizia che faccia chiarezza e punisca chi ha ammazzato un giovane che non si tirava indietro di fronte a chi aveva bisogno o gli chiedeva aiuto. La mamma Daria Maltseva e l’altra figlia all’esterno del Dopolavoro in zona stazione scambiano abbracci e sostegni con gli amici di famiglia e dell’associazione “Unità migranti in Italia” di cui Ivan era presidente. E proprio nei locali dell’associazione poco dopo le 15 il rito laico dell’addio compie la sua liturgia.
Almeno un centinaio i presenti tra seduti e in piedi. Si inizia con un video trasmesso sul notebook con un intervento del giovane nel ruolo di rappresentante dei migranti a Pisa. Poi le testimonianze di chi lo aveva conosciuto. Con lo strazio che aumenta nella riflessione di una morte assurda. Gli aneddoti sono efficaci nel descrivere un carattere. Un amico ne racconta uno significativo. «Una volta eravamo in una stanza a discutere dell’associazione e Ivan spense la sigaretta – è il ricordo –. Ebbene, anziché schiacciarla a terra, come avrebbe fatto la maggior parte della gente, lui la tenne in mano, spenta, fino a raggiungere un cestino. E non era neanche tanto vicino. Allora mi venne spontaneo dirgli “Vorrei essere come te”. Perché Ivan era questo, una persona di un’educazione e un rispetto per gli altri unici».
La madre, sorretta dagli amici e dall’altra figlia, si fa forza, ma le lacrime sono un flusso che non può arrestare. «Ivan non è morto – aggiunge un’altra amica al microfono –. Continua a essere qui. E voglio credere che non sia morto». La voglia di rendere onore alla memoria di Ivan diventa un gesto spontaneo che attraversa la platea. Serena lo ricorda con il sorriso sulle labbra. E rende l’immagine del giovane come una presenza viva nel salone del Dopolavoro ferroviario, la sede dell’associazione “Unità Migranti in Italia”.
«Ho sempre pensato che fosse bella persona – esordisce –. Apprezzavo la sua voglia di fare e di fare bene. Era una persona responsabile dal punto di vista professionale e umanamente affettuosa. Si faceva ascoltare dicendo poche cose, ma utili». Dalla stazione passando per piazza Vittoria e poi Corso Italia, il corteo ha solcato il centro con un appello silenzioso ma impossibile da ignorare: “Giustizia per Ivan”.
Al sit-in davanti al Comune si è unito anche il sindaco, Marco Filippeschi che «ha espresso a nome di tutta la città il cordoglio alla famiglia del giovane e la solidarietà alla comunità che si era creata intorno alla sua attività di rappresentante».
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