Pisa, "Noi, leoni in gabbia sotto la Nord" - Video
Viaggio nella 'trincea' dei duemila tifosi che hanno seguito la partita fuori dall'Arena off limits: "Insieme a Ringhio, vattene Petroni". E c’è chi segue la gara alla radio e chi si affida alle dirette Facebook
PISA. Bandiere, sciarpe, magliette con la croce pisana bianca in campo rosso e quelle con il re-Ringhio ritratto quasi fosse un Che Guevara del pallone; i figli piccoli sulle spalle dei padri, le mamme con i bimbi nei passeggini; i paninari poi, guardateli i paninari, col ghigno mesto di chi, silenziosamente, si lecca i baffi e sa che oggi farà affari. Del resto, prima del fischio d’inizio l’aria è vagamente allegra, perfino disincantata da gita fuori porta, e c’è perfino uno col carrello della Coop e due bacinelle zeppe di bottiglie di Moretti a distribuire un po’ di ebbrezza settembrina. Via Rindi oggi è una zona franca, sull’ordinanza della “birra calda” appena varata dal sindaco è calata una tacita moratoria. «E su, insomma, dài - dice Francesco, 22 anni, studente di ingegneria, irriducibile ottimista - saremo chiusi fuori, ma oggi niente barriere, niente tornelli, siamo tutti insieme all’ombra dei pini, senti che brezza leggera».
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Ecco, Francesco il voltairiano ha appena rischiato il linciaggio verbale, l'hanno sotterrato di occhiatacce. Faglieli digerire tu alla Bruna Chiappini, alla Graziella Neri, a Francesca Pierotti e Sonia Pisani il venticello e l’atmosfera da casa del popolo. Sono le “veterane della curva”, media di età sopra i 65, le die hard del tifo, e per loro, come per i duemila venuti qui a gridare, a cantare, sbuffare, ingrugnarsi e un minuto dopo far muovere il corpo di gioia e rabbia per sostenere Mannini e compagni che vincono nonostante i giorni terribili della Pis-agonia nerazzurra, «era meglio quando si stava peggio, col solléone che ti incendiava la schiena, sedute sui gradoni di pietra dura». Perché di partite a porte chiuse loro dicono di non averne memoria. «L’ultima volta che rimanemmo fuori dalla stadio era il 1996, Pisa-Torino, ma fu per protesta, ci avevano appena risbattuto in serie B dopo averci ripescato in A». Ora è tutta un’altra storia, una questione tutta privata, dicono queste partigiane delle curva. Perché se l’Arena Garibaldi è inagibile e i tifosi si sentono ostaggi fuori dai cancelli e le reti, è tutta colpa sua, «sì proprio sua» di Petroni, il presidente. Come molti qui, anche le nonne ultras portano appeso sulla maglia un foglio bianco con il loro nome scritto a penna e un messaggio prestampato: «Io sto con Gattuso, i calciatori e i dipendenti». Sono venute per quello, loro. Grintose, arrabbiate. «Al mare o a casa a guardare la partita in tv? Mai, ma scherza?!». Ce l’ha trascinate una forza invisibile dietro la Nord. «La passione, ci ha portate qui, lo fa da più di trent’anni. Come tutti, ma anche la voglia di chiarire da che parte stanno i pisani».
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Tutti col re-Ringhio e contro i romani, alcuni un po’ incavolati anche con noi giornalisti che - scrivono i tifosi della curva nord in un volantino - «fino a un mese prima ci lodavano per le nostre iniziative», e ora invece «raccontano i fatti di Empoli come un agguato» organizzato ai danni dei bresciani. È venuto anche l’ex vicepresidente Giancarlo Freggia di qua dalla barricata, a far sapere da che parte sta. Tutto comprensibile. Qui bollono cuore e grinta, speranze e incazzature maturate in mesi in cui la società ha giocato a yo-yo con le emozioni di un pezzo di città, le ha fatte salire sulle montagne russe e poi le ha ripiombate nel buio della trattativa. «Ma le pare giusto, la gente onesta e abbonata condannata fuori, e i condannati sugli spalti a godersi la partita», dice Marco, altro lider maximo del Club autonomo. No, calmo, però, Petroni non è ancora stato condannato, facciamo notare, è sotto processo per bancarotta, ma la sentenza deve ancora arrivare. «Non importa - si infervora la Graziella - è ai domiciliari, e mi scusi ma io ai domiciliari non ci sono mai stata». Niente, non le ferma nessuno le nonne ultras. Ma non sono un’eccezione. Quello delle veterane è il mainstream della curva, un leitmotiv. Per tutti via Rindi è anche un po’ una prigione. I tifosi oggi saranno pure fuori, all’aperto, liberi sotto i pini, ma si sentono leoni in gabbia. «Che vendano alla svelta, altrimenti li convinciamo noi, o con le buone o con le cattive», dice Stefano, t-shirt nera con la scritta azzurra “Sei una droga per me”.
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Sì, insomma, meno male che i ragazzi di Gennaro il gladiatore sono in vantaggio, perché in mezzo ad alcuni capannelli tira una brutta aria. «Da pessimismo cosmico. Hanno giocato a bungee jumping col nostro cuore, prima ci hanno tuffano nel sogno della B e poi adesso ci hanno riportato in superficie, ad annaspare in questa valle senza speranze», dice Alberto Nelli, cantautore diventato famoso per aver pisanizzato la canzone Don’t worry Be happy. Che poi questa partita invisibile è anche una specie di esperimento collettivo e un ritratto sociale. Lo zoccolo duro della curva lì, sotto lo strisciane Una società fantasma in uno stadio vuoto: questo è il risultato del vostro lavoro a dare il tempo con i cori e i tamburi, il folto delle truppe nerazzurre in piedi, qualche passo più indietro, incollato ai telefonini.
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Alcuni immersi nella modernità, come Giuliano, 69 anni, vecchianese, che non si è staccato un secondo dalla diretta Facebook organizzata dal gruppo «Io sto con Ringhio», o come Giorgio che allunga l’iPhone a suo figlio, perché «ok babbo - gli ha detto prima di uscire di casa - vengo allo stadio a sostenere Rino, ma ricordati di configurare l’abbonamento Sky sul cellulare sennò sai che palle...»; altri, invece, catapultati per necessità nell’era del «Calcio minuto per minuto», quando i gol erano epica che risuonava dalle radioline. Perché il Pisa a porte chiuse è una macchina del tempo. Social e tecnologia da una parte, il più tradizionale dei media dall’altra hanno salvato questa giornata, sfumando un po’ di tensione e regalando una scena ai fotografi e ai cameraman: centinaia di persone bloccate nella stessa posizione, il capo chino sugli schermi o assorte con la mano sulle auricolari. Il Pisa ha segnato due volte, ma a stare alle esultanze potrebbe aver vinto di quattro, cinque, sei gol di scarto, perché i gol arrivano uno-due-tre minuti di ritardo dalla realtà, prima via whatsapp, poi per radio, via Facebook e infine via Sky. Così, certe scene hanno uno strano effetto comico, come ora che Francesca e Luca si abbracciano e dicono «olé» per aver visto segnare Varela, e intorno invece sono tutti seri e concentrati sull’Ascoli che si sta già facendo avanti per recuperare. E anche alla fine, quando i leoni veri dell’Arena, quelli di Ringhio, si affacciano alle reti, la gioia per qualcuno arriva in differita. «Ma che importa - dice Francesco il voltairiano - è pur sempre gioia».
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