Gioco
Jalal torna libero assolto da ogni accusa «Non istigò alla Jihad»
Dopo un anno di carcere la corte d’assise lo scagiona La gioia dell’imputato: «Per me è finito un incubo»
PONSACCO. Assolto con formula piena, «perché il fatto non sussiste». Non trattiene il pianto la madre di Jalal quando il presidente della corte d'assise di Pisa, Pietro Murano, al termine del processo a carico di Jalal El Hanaoui, il marocchino di 26 anni residente a Ponsacco, accusato di istigazione alla Jihad attraverso Facebook, legge il dispositivo della sentenza. Meno di un’ora e mezzo di camera di consiglio e poi quel verdetto che fa esplodere in aula, dopo mesi di carcere, la soddisfazione del 26enne, dei genitori sempre al suo fianco, e dei difensori. Tutti certi che prima o poi il castello accusatorio sarebbe crollato.
Il pubblico ministero Angela Pietroiusti, al termine di una lunga requisitoria di quasi tre ore, aveva chiesto la condanna a 8 anni di carcere per il reato di istigazione alla Jihad, aggravato dall’aver agito con strumenti informatici e telematici. L’arresto fu effettuato nel luglio 2015 dalla polizia al termine di una lunga indagine partita da una segnalazione della Direzione centrale polizia di prevenzione, nell’ambito del monitoraggio contro il terrorismo. La Procura si è sempre battuta per tenere Jalal in carcere. Dopo la sentenza il pm lascia l’aula spiegando che ricorrerà in appello. All'opposto la difesa - gli avvocati Tiziana Mannocci e Marco Meoli - aveva chiesto l'assoluzione. Jalal, pantalone scuro, camicia bianca e aria rilassata, sperava in questo epilogo: «Sapevo che la verità sarebbe stata riconosciuta». Si guarda intorno, non si sottrae alle domande. Abbraccia la mamma, che si lascia vincere dalla commozione. «È la fine di un incubo perché se mi avessero condannato per una cosa che non ho mai fatto sarei impazzito. Mi sono sempre difeso, non ero stato mai creduto. Ma prima o poi doveva vincere la verità. Non ho fatto fatica a sopportare il carcere, sapevo di essere innocente». Il giovane era agli arresti domiciliari, dopo quasi un anno di carcerazione cautelare: la corte ne ha disposto l'immediata liberazione. A Ponsacco Jalal ieri sera è tornato da uomo libero e con le cose che gli erano state sequestrate durante l’inchiesta. «La sentenza è stata una pronuncia secondo diritto. Non un atto di coraggio ma un atto di giustizia ed è poi il motivo per cui io faccio l'avvocato»: le parole di Tiziana Mannocci, difensore del marocchino insieme a Marco Meoli, la dicono lunga su quanto sia stato difficile andare avanti dopo i ripetuti no alle richieste di scarcerazione del giovane. E la difesa sulle “numerose suggestioni dell’accusa”, sulle argomentazione del pm ritenute “fuori centro” o ancora su un “processo a imputazione diffusa” ha puntato molto nelle sue arringhe per dire alla corte che non c’è la prova del reato. Il quadro accusatorio, fatto di migliaia di pagine, foto, post, pensieri pubblicati sui social, intercettazioni, sull’osservazione della vita del giovane, passata al setaccio per mesi, non sono riusciti secondo la difesa - e la corte deve avere concordato con questa valutazione - a comporre un “disegno” così come era stato prospettato dalla Dda di Firenze. Per i difensori del giovane, che da 18 anni risiede a Ponsacco con la famiglia, «non si poteva condannare il ragazzo perché avrebbe significato vietare la libertà di pensiero e di opinione: i suoi post possono essere discutibili ma non sono un reato». «Da questa vicenda ho imparato che la giustizia italiana prima ti tiene un anno in carcere e poi ti assolve. E che alcune cose non le rifarei», ha aggiunto Jalal. «Ci speravo - dice la madre - è finito un incubo. Cosa faremo ora? Non so. Stasera (ieri per chi legge, ndr) Jalal festeggerà con noi». Una cosa chiede la famiglia di Jalal. «Dite che nostro figlio è innocente, tutti devono sapere».
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