Sicurezza
Scabbia, l’ospedale non risarcisce i contagiati
In trecento tra dipendenti e familiari avevano presentato il conto dopo l’infezione Saltata l’ipotesi dell’accordo, si apre la strada delle cause civili con richiesta danni
PISA. Due anni di rinvii e un no su tutta la linea. Nessuna apertura da parte dell’Azienda ospedaliera alle richieste di risarcimento dei danni per il contagio da scabbia che almeno trecento persone - tra dipendenti e familiari - sostengono di aver contratto da un paziente ricoverato a Cisanello.
Il rifiuto ribadito dai vertici ospedalieri di voler riconoscere anche una minima responsabilità nell’accaduto ha portato decine tra medici, infermieri e operatori socio-sanitari a rivolgersi a diversi studi legali.
La strada della mediazione, praticata da alcuni dipendenti, si è conclusa su un binario morto. Un epilogo che diventa anticamera della citazione per danni che, a cascata, riguarderà centinaia di persone pronte a portare in Tribunale l’Azienda ospedaliera.
Un focolaio di scabbia, ristretto al momento dell'ingresso di un nordafricano proveniente dall'ospedale di Livorno, si era dilatato con le forme del contagio arrivando a coinvolgere almeno 300 persone.
L'emergenza, collocata come periodo nell'ottobre 2014, era rientrata dopo qualche mese. Gli effetti dell'infezione della pelle, però, sono passati dal fronte medico a quello legale.
Il prurito che diventa richiesta danni. Ma che trova un muro sulla via della conciliazione.
C’è chi ha scritto a suo tempo all’azienda presentando il conto non solo delle cure, ma anche dei disagi accumulati durante una profilassi fastidiosa al pari delle conseguenze provocate dall'acaro, indesiderato inquilino sotto la pelle.
Solo che lo scambio di lettere - con relativa quantificazione monetaria del disturbo - è rimasto sulla carta.
L’ospedale respinge ogni ipotesi di risarcimento considerando inesistente la sua responsabilità nella diffusione della scabbia.
Sono in tanti ad avere avuto problemi per l’acaro in corsia: infermieri, medici e operatori sanitari dei reparti interessati al ricovero dell'immigrato; chi è entrato da ospite negli ambienti contaminati; i familiari dei dipendenti e dei visitatori.
I conti variano da qualche centinaio di euro alle migliaia calcolate per i guai - anche con valori del sangue sballati - accumulati per l’infezione.
Quella che sarà la base della richiesta danni in Tribunale mette insieme le accuse di aver sottovalutato il contagio, di non aver isolato il “paziente zero” e di non aver disinfestato con tempestività le stanze in cui era transitato il ricoverato con il suo carico di acari disperso nell’ambiente. Quando l'infezione si era estesa e il personale aveva iniziato a mandare i certificati medici, non era bastato cambiare lenzuola e materassi.
Il tipo di scabbia diagnosticato era quello norvegese, che si contrae non solo attraverso i contatti con la pelle, ma anche con gli oggetti. E allora le sedie e altri arredi diventarono un veicolo di sicura trasmissione del parassita.
Per chi si è rivolto a un legale la scabbia per giorni era stata fuori controllo o minimizzata nella sua portata infestante.
La bonifica dei reparti arrivò quando, ormai su centinaia persone, tra dipendenti, familiari e visitatori, gli acari avevano già iniziato a deporre le loro uova. Provocando quella proliferazione di pruriti e giorni di assenza dal lavoro che ora quelle trecento persone vorrebbero veder tradurre in risarcimenti.
Quelli che l’Azienda ospedaliera ha già lasciato intendere di non prendere neanche in considerazione.
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