Il dolore
Dubbi sul secondo badante
Era nella stanza durante la lite tra il polacco e Ivan, ma «non si ricorda i fatti»
PISA. L’arresto del badante polacco non chiarisce tutti i dubbi dell’omicidio del russo Ivan Tikhomirov. Serve, semmai, a mettere in fila con ragionevole calma le domande che gli investigatori si stanno facendo per dare base logica a una storia di sangue di fine estate che, da un contesto litigioso a cui l’alcol non era estraneo, è deflagrata in un lutto.
Non c’è solo il movente nei radar degli inquirenti che indagano su quello che è successo nell’appartamento al quarto piano del condominio di via Matteucci al civico 65. Quello alla fine resta laterale rispetto alla ricostruzione plausibile dello scontro terminato con la morte di un giovane di 27 anni. L’obiettivo che da domenica pomeriggio tiene impegnati ii poliziotti della squadra mobile, diretti da Rita Sverdigliozzi, è l’attribuzione esatta di ruoli e azioni prima nella stanza dove è iniziata la lite e poi sul balcone, l’ultima tappa affrontata dal russo prima di cadere e schiantarsi al suolo di schiena. Un tuffo all’indietro con gli occhi verso chi lo stava spingendo di sotto.
L’amico ucraino. Tomasz Dariusz Warda, 39 anni, badante polacco con precedenti per lesioni e maltrattamenti, quasi un metro e 90 di muscoli, ex militare, esperto di arti marziali, è in carcere per omicidio volontario. Quando sono arrivati gli agenti era ubriaco fradicio e, temendo per la sua possibile reazione, hanno deciso di ammanettarlo prima ancora di contestargli l’omicidio. Uno dei dubbi che la Procura chiede alla polizia di sciogliere è se l’assistente del disabile 50enne, abbia fatto tutto da solo. Al momento del fatto nella stanza erano in tre: la vittima, il badante e l’amico ucraino sentito insieme alla connazionale che, è stato accertato, prima dell’episodio se ne è andata. Il padrone di casa si era rinchiuso nella sua camera da letto. Scelta frequente per mettersi al riparo dai bagordi che Warda organizzava con donne e uomini, spesso conoscenze occasionali, incontrati di notte. Dei cinque che avevano pranzato insieme, verso le 15,30 nell’appartamento erano rimasti in tre. L’ucraino, quarantenne, anche lui badante residente nell’hinterland pisano, verrà sottoposto ad accertamenti e comparazioni con il cadavere per capire se anche lui ha avuto un ruolo nella colluttazione.
Se, insomma, ha aiutato il badante a gettare Ivan dal balcone. E per procedere a questi riscontri “corporali” sarà necessario iscriverlo sul registro degli indagati per omicidio volontario in concorso. Il suo racconto si interrompe al momento della lite con la caduta. In questura ha detto che lui non ha visto niente pur essendo nell’appartamento che offre spazi ridotti.
Il movente. Vittima e arrestato si conoscevano senza, però, potersi definire amici. Domenica erano insieme. Il perimetro delle ipotesi dove collocare il movente va dalla lite per soldi alla reazione esagerata per uno sgarbo banale, ma anche all’ipotesi che Ivan possa aver preso le difese del disabile dalle violenze del badante.
Festini notturni. Il 50enne - da domenica ospite a Livorno dal fratello - da circa un anno e mezzo veniva assistito dall’arrestato. Con fatica ha raccontato in questura la sua quotidianità da recluso in casa sua. «Mi faceva vedere i tatuaggi sui muscoli delle braccia e poi all’improvviso faceva mosse di karate» ha detto agli investigatori. Capitava che al rientro, nel tardo pomeriggio, dal centro di salute mentale i volontari dovevano aspettare il rientro del polacco che non rispettava gli orari. Quando la sera il disabile si coricava in camera, per Warda iniziava il reclutamento dei partecipanti a festini improvvisati. Uomini, donne, «una volta ho visto anche un nano e una donna con un passeggino» racconta un’inquilina. Con le stanze trasformate in bivacchi alimentati dall’alcol. Che girassero anche soldi per un possibile giro di prostituzione non è confermato. Di sicuro ogni volta il disabile terrorizzato si stendeva sul letto con l’unico conforto della preghiera e dei baci al rosario. «Non dicevo niente a mio fratello perché temevo che poi litigasse con il badante e sarebbe stato peggio» aveva confidato ai vicini il disabile. Concetto ripetuto in questura.
I vicini. Nel palazzo non era un mistero l’effetto “night club” imposto dal badante. «Magari sarebbe stato utile se qualcuno ce lo avesse segnalato in tempo, se non altro per tutelare il disabile», dicono in questura.
Pietro Barghigiani
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