Sicurezza
In duecento persone a ripercorrere la carriera
Ben duecento persone hanno accolto Marco Tardelli al Museo di Storia Naturale dell'Università di Pisa alla Certosa di Calci. Un grande successo per la presentazione del suo libro, un evento che...
Ben duecento persone hanno accolto Marco Tardelli al Museo di Storia Naturale dell'Università di Pisa alla Certosa di Calci. Un grande successo per la presentazione del suo libro, un evento che rientrava nel calendario di eventi per il 650° anniversario dalla fondazione della Certosa monumentale. «Non venivo qui da almeno quarant'anni e devo dire che l'ho trovata bellissima - ha commentato il calciatore ed ex allenatore garfagnino, che nel pomeriggio ha visitato il complesso monumentale certosino -. Hanno lavorato benissimo per dare alla Certosa il lustro che merita. Spero di ritornare qui molto presto». L'intervista a Marco e Sara Tardelli, condotta da Cristiano Marcacci, caposervizio della redazione pisana del Tirreno, ha attirato in Certosa tanti amici di vecchia data del talentuoso calciatore ed ex compagni di squadra, ma anche tanti fan del Pisa di tutte le età. Presenti tanti bambini che si allenano in Valgraziosa. «Ai ragazzi che sognano il calcio dico che devono studiare. Sembra una banalità ma non lo è - dice Tardelli -. Nel corso della mia carriera ho incontrato diversi giocatori: quelli che avevano studiato avevano una certa disciplina. Non mollate mai e inseguite il vostro sogno. Ai genitori, invece, direi di lasciarli andare altrimenti rischiano di danneggiarli». L'incontro ha spaziato dagli esordi dello sportivo, che ha lottato contro i no dei genitori grazie alla sua tenacia e ai suoi fratelli («mi regalarono loro la valigia per il primo ritiro col Pisa»), alla Nazionale e al famoso urlo della finale dei Mondiali dell'82, dopo il gol del 2-0 contro la Germania. «Ho rivisto quell'urlo in tv un sacco di volte: a volte mi ha dato fastidio, altre mi è piaciuto. È un urlo particolare che non si può ripetere - racconta Tardelli -. Oggi posso dire che è stato la cosa più bella che ho fatto, dopo i miei figli Sara e Nicola». (s.b.)
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