Il Tirreno

Pisa

Al pronto soccorso come in trincea: attese di undici ore

Pietro Barghigiani
Il pronto soccorso di Cisanello
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Il pronto soccorso di Cisanello

La denuncia di due cittadini: medici e infermieri sono ineccepibili, ma senza più posti letto e personale non è possibile garantire un servizio all’altezza

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PISA. Loro, medici e infermieri, alla fine vengono risparmiati. Anzi, persino elogiati per l'abnegazione con cui cercano di muoversi in un ingranaggio che spesso si inceppa. E provoca attese interminabili, quasi un aggravio aggiuntivo al malore che li ha portati fino al pronto soccorso. Coincidono, nei racconti di chi ha vissuto in prima persona le soste prolungate al pronto soccorso o chi ha assistito un proprio familiare, le considerazioni che il capitale umano schierato in prima linea sia migliore dell'organizzazione dei servizi. Che al pronto soccorso uno varchi la soglia con la rassegnata prospettiva di dover dimenticare l'orologio è una pena accessoria da mettere nel conto. Con una media di accessi di quasi 300 persone al giorno può capitare l'eccezione che fa sballare le visite. È capitato il 5 settembre con l'incidente del trenino di turisti in via Pietrasantina. E succede quando in assenza di guardie mediche si fa prima a presentarsi al pronto soccorso. L'eccellenza diventa una calamita e anche da fuori provincia si preferisce Cisanello.

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L'azienda ospedaliera preferisce non rispondere alle lamentele. Conosce i limiti del servizio e più volte ha risposto elencandone le cause. Dai picchi di afflusso agli anziani cronici che non trovano risposta sul territorio e le famiglie li portano a Cisanello anziché negli ospedali dell'area vasta. E i rimedi applicati dall'azienda rischiano di vanificarsi se il carico di accessi rimane costante e la tipologia è sempre la solita. La maggioranza è fatta di anziani cronici che dovrebbero ricevere un'assistenza intermedia sul territorio che non c'è. Di qui la soluzione del pronto soccorso.

Tiziana Faustini è stata testimone-paziente dei tempi infiniti imposti da una giornata campale, quella del 5 settembre. «Un'odissea che voglio raccontare per due ragioni: la prima è per sottolineare le competenze professionali e relazionali del personale che ho incontrato; la seconda è per chiedere da chi e da cosa dipende che un malato entri in ospedale prima delle 15 e posso uscire solo alle 23.30?» Lo staff sanitario per la paziente è «capace di gestire in maniera ineccepibile e, a mio avviso, particolarmente creativa, ogni questione che capita, e vi assicuro che ne capita tante e non solo strettamente legate all'assistenza sanitaria». Alle 20 c'erano 27 barelle stazionate nel corridoio. Qualcuno era lì dalle 11 di mattina. Arrivati alle 21 c'erano 40 persone in sala, in lista per essere viste la prima volta, e 80 dentro, per essere visitate. «Il personale cercava anche di non far trapelare le difficoltà, di rasserenare i pazienti, ma era sotto gli occhi di tutti che così non poteva funzionare. Anche loro erano sfiniti - prosegue la donna -. Quindi, ancora: perché funziona così? Ho visto un signore assai anziano sistemato in una barella nell'ambulatorio delle visite mediche. Peccato che fosse un signore molto alto. Teneva le gambe ritratte, avrebbe passato la notte così. Letti non ce ne erano. La speranza è che la denuncia di noi cittadini serva a qualcosa».

Lo sconforto per i tempi di attesa compare anche nell'esperienza di domenica scorsa di Simone Fatticcioni alle prese con la visita della madre. «Dei dieci pazienti presenti nel corridoio del pronto soccorso dalle 9.30 alle 14.00 avevano ricevuto una prima accettazione senza che nessun medico si fosse ancora fatto presente per visitarli - afferma Fatticcioni -. Mi madre è stata dimessa alle 20, quindi circa 11 ore. Personale sanitario a tutti i livelli con alta professionalità e gentilezza. Peccato che questo valore umano sia penalizzato da una organizzazione a dir poco da rivedere e da un sotto organico fin troppo evidente».(p.b.)

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