Finanza
San Rossore, caccia agli eremiti della droga che sfregiano il parco
Blitz delle forze dell’ordine nel Parco di San Rossore tra spacciatori in fuga e “materiali” abbandonati
Due hanno appena attraversato i binari, facendo infuriare il macchinista alla guida del Frecciargento. Un secondo dopo, e ci avrebbero rimesso le penne. Impossibile sperare di vederli in faccia. Sono sempre in agguato, pronti a fuggire. Lasciano tracce di sé, ma mai decisive, solo gli scarti. Il branco aspetta, all'ombra dei pini e dei pioppi, rintanato fra le dune o la ferrovia. Ma sta insieme per necessità, non per spirito di corpo. Vivono nell’ombra, eremiti della droga, fra cespugli di pruni e di spine, sommersi da montagne dei loro rifiuti, loro che hanno rifiutato il mondo. Uniti ma soli. Uomini, iene. Campano rosicchiando le vite degli altri: eroina, coca, hashish.
Due e mezzo del pomeriggio, lampi di sole fra i rami, il pattuglione antidroga nei boschi di San Rossore ha appena iniziato le sue perlustrazioni. La caccia è partita, ma con troppo fracasso. Da vicino, un treno che fischia perde tutto il suo fascino metafisico, nulla a che vedere con il simbolismo pirandelliano della catastrofe psicologica. Solo baccano, assordante. Per chi ancora non è riuscito a svignarsela ed arrancava troppo vicino all’Aurelia, il fischio è stato una "spintarella". Per questi banditi sbandati, versione molto meno leggendaria e seducente dei briganti della macchia, giusto quel che basta per farla franca. «Questa è casa loro, ormai, e se per giaciglio hai 23mila ettari di parco, puoi essere certo che soltanto tu possa trovare la strada giusta per svignartela senza essere acciuffato», dice Fabrizio mollando per un attimo il collegamento radio con la centrale. Certo una mano devono avergliela data anche i motori dei pick-up della Forestale, lo sfrigolìo sotto le ruote dei sassi sparsi lungo le rotaie e la scocca della nostra utilitaria tormentata dai colpi.[[atex:gelocal:il-tirreno:pisa:cronaca:1.14049142:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.14049142:1652288261/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Fabrizio Nocita è il capo delle volanti di Pisa. È lui, per due volte alla settimana, il regista dei «controlli straordinari del territorio». Grandi blitz a cui partecipano tutte le forze dell'ordine in provincia. Spesso, dall'inizio dell'estate, hanno riguardato le foreste di San Rossore. Perché è qui che si annidano i pusher, che da tempo si fanno anche ladri o rapinatori ai danni di residenti e turisti che frequentano le spiagge di Marina di Vecchiano. «Troppo spesso», hanno fatto notare il sindaco Massimiliano Angori e il direttore del Parco, Andrea Gennai. Il prefetto ha perfino trovato un accordo con la Folgore. I parà potranno addestrarsi nella foresta: si spera che la loro presenza scoraggi il traffico.
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Ma «gli spacciatori sono sempre all'erta, con l'orecchio poggiato a terra», rabdomanti di poliziotti e carabinieri. «Basta un fruscìo, figurati tutto questo rumore». Ma va bene così. Non capita quasi mai di catturarne uno. L'importante è l’effetto deterrenza. «Siamo guastatori, li costringiamo a muoversi, a rifarsi la tana». Un gioco di sfinimento. Accerchiarli per snervarli, stargli con il fiato sul collo per togliergli ossigeno. E a forza di setacciarla, la macchia, è diventata molto più piccola. Lo spazio per i pusher si sta infeltrendo.
Il racket si concentra nella tenuta dei Salviati, tremila ettari. La prima tappa è una fetta di boscaglia a Migliarino. «Portiamoci al confine con Torre del Lago, entriamo da lì», ordina Nocita in radio. Con noi, due jeep dell'Ente Parco, ognuna con due uomini a bordo, e una della Forestale, poi un'altra auto senza insegne della polizia con una squadra della Mobile. «Questa zona è un crocevia. E non solo per gli spacciatori. Capita di frequente che l'Aurelia e le strade che l'attraversano diventino vie di fuga per rapinatori, ladri o addirittura autori di reati efferati», dice il capo delle volanti mentre costeggiamo la Bufalina. I pusher passano tutti da questo canale. «Sono tutti marocchini, arrivano da Viareggio» L'appuntamento, all'inizio, ce lo eravamo dati alla caserma dei carabinieri di Migliarino. Fuori, quattro o cinque pattuglie della polizia, un pick-up della Forestale, due del Parco di San Rossore, le gazzelle dei carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani. Ritrovo nella stanza grande, per il briefing. Nocita si mette in mezzo al cerchio, intorno una cinquantina di persone: i militari, gli agenti, i guardiaparco, le unità della Mobile di Pisa e perfino quelle dell'anticrimine arrivate da Firenze e le unità cinofile della guardia di finanza. Uomini e donne. «Allora, ci dividiamo in due gruppi - dice Nocita - Uno per la macchia e l'altro per i posti di blocco su Aurelia e via del Mare».
Spesso i bersagli vengono individuati sulla base delle segnalazioni, grazie a qualcuno che magari ha visto qualche cliente infilarsi nei boschi dopo aver parcheggiato sull'Aurelia, o per esperienza dei guardiaparco. Raggiunta l'area di avvistamento, tutti scendono e comincia la perlustrazione. Silenzio. Per sperare di catturare una iena bisogna restare in silenzio. Passi felpati sugli aghi di pino, camminiamo tutti lievemente accucciati e circospetti fra alberi, selci, canne, fronde e sentieri spinosi. Ogni tanto, dalle gallerie semi buie della vegetazione, spunta un relitto, la traccia di un'esistenza. Un maglione, un paio di scarpe, due coperte luride, una felpa e vicino un giaciglio di rami sparuti e secchi.
«Guarda, qui ci sono due bottiglie d'acqua piene e un melone mangiucchiato», dice con un filo di voce un poliziotto. Poco più in là, quasi sempre, una discarica: sacchetti di patatine, cartacce, plastica, tavoli e sedie ormai rovinati dalle intemperie, bottiglie, lattine. Ancora qualche metro e, di solito, ecco un angolino ricavato per il confezionamento. Un ceppo e sotto, sparsa fra le foglie, carta stagnola. Chili di stagnola triturata, sminuzzata, ripiegata e scartata. «Questo è tutto materiale di confezionamento della droga», spiegano gli agenti. «E la polvere bianca è la sostanza da taglio». Spesso l’escursione è un percorso ad ostacoli, un’incursione bambinesca ma paurosa, perché non sai se dal tronco di un albero o da un cespuglio possa spuntare uno di quei tipi con una pistola o un'ascia, e questo che sembra un mega torneo di nascondino possa trasformarsi in una imboscata. Altre volte è una panoramica sulla «vita sacrificata» di questi sprofondati, di chi ha toccato il fondo. Chi li ha visti, li racconta con le guance ruvide e rugose, i giacconi una taglia sopra, i calzoni sbrindellati, addosso l'odore della macchia, negli occhi qualcosa di selvatico. Si annusano, si evitano. La fame unisce gli stracci, ma non li mischia. «Non immaginatevi i tunisini di piazza delle Vettovaglie, chi viene qui raschia il fondo, fa una vitaccia. Estate e inverno all’addiaccio, aspettando i consumatori». Eppure Nocita non si arrende mai, nessuna tregua. Per complicargli la vita, due anni fa, ha chiesto che lungo l’Aurelia venissero scavati dei fossi, per evitare che i clienti parcheggiassero con facilità e loro potessero scappare. E ora, via con una missione nella pioppeta sulla via del Mare e poi nel bosco di Montioni a un passo dalle spiagge. Ancora rifiuti, i resti di un pasto non finito, appena lasciato, una scatoletta di tonno, una Fanta, un pacco di merendine su un poggio. E poi carcasse di bici e batterie di auto. «Le prime come mezzi di trasporto, le seconde per ricaricare i telefonini, l’unica cosa che li tiene incollati al mondo», dice un guardiaparco perlustrando una tana. «Vedi questo viale, i Salviati avrebbero voluto farne la direttrice di una lottizzazione, poi, fra i ’60 e i ’70, bloccarono tutto. Ora ci farebbe comodo per inseguirli, ma lo riempiono di tronchi».
Poi si sente un rombo, uno dei pick-up è schizzato via a tutta birra. «Erano in due su un motorino - dicono al ritorno i forestali - ma hanno superato la rete, c’era un buco. Ci hanno seminato».
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