Il Tirreno

Pisa

Quella logica “pigra” non può vincere

di MARIO NERI
Quella logica “pigra” non può vincere

PISA. Centocinquanta millimetri d’acqua caduti al suolo in poco più di tre ore di pioggia. «Un evento eccezionale». Furono queste le dimensioni del nubifragio che un anno fa trasformarono Pisa in una...

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di MARIO NERI

Non dovremmo neppure ricordarlo, il 24 agosto 2015, se non per dire che non saremo costretti a viverne e raccontarne un altro, che non succederà più di subire l’epifania di una città trasformata in laguna per un nubifragio estivo durato appena tre ore. Eppure sappiamo di non poter confidare non solo in nessun amichevole aruspice dei cieli ma soprattutto in nessuna rassicurazione tecnica. Sebbene siano da poco partiti i lavori agli scoli di Pisa, per rimuovere il tappo che finora ostruiva il deflusso delle acque verso i fossi e il mare, nulla basterà ad evitare un’altra Pisezia. Perché? Perché ciò a cui abbiamo assistito un anno fa è stato «un evento eccezionale». Centocinquanta millimetri di acqua in tre ore non cadevano su Pisa da decenni, anzi forse da secoli. Le autorità cittadine e i tecnici della protezione civile regionale ce lo ripeterono nelle ore successive alla «catastrofe» e ce lo ripetono ancora oggi. «Se dovesse ripiovere così, neppure gli Scoli puliti ci salverebbero», ha chiarito il vicesindaco Paolo Ghezzi ad inizio luglio all’apertura dei cantieri. Ma è proprio alla «catastrofe» che non possiamo e dobbiamo arrenderci. Quel termine fu usato dal sindaco Marco Filippeschi, ma era e resta implicito in tutte le dichiarazioni che si rincorrono da quel giorno, ed è emblematico dell’arrendevolezza con cui si affronti oggi, per opportunismo e omissione, il rapporto fra governo e salvaguardia del territorio, fra reali capacità delle tecniche di difesa dal cambiamento climatico e politiche di difesa del suolo, in un binomio dialettico che potrebbe essere riassunto con la dicotomia fra natura e cultura, dove la prima sembra aver riconquistato un primato indiscutibile. Ad ogni disastro piccolo o grande la tecnica non reagisce alle trasformazioni del clima con un cambiamento, non risponde più con la scienza, ma con il fato. «Le bombe d’acqua» sono per definizione «imprevedibili», attengono all’imponderabile, al destino invidioso che ci punisce per averlo sfidato, come l’oscura fortuna che avvince i protagonisti di certi poemi epici. Non dovremmo accettare questa logica, perché è una logica pigra, comoda e non veritiera. Gli eventi eccezionali, eccezionali non lo sembrano affatto, dato che si ripetono (in luoghi diversi) con costanza statistica, e per di più in un’era di esplosione violenta e rapidissima della tecnica. Ma se è vero che un’altra «catastrofe» sarebbe inevitabile cerchiamo almeno di capire perché e come costruire un’argine ad una sua riapparizione, dove trovare gli anticorpi per prevenirla. Abbiamo maltrattato il nostro paesaggio, riempiendolo di cemento, abbandonandoci a una marmellata urbanistica e progettuale? Abbiamo disegnato il nostro habitat e il nostro benessere lasciando che la bilancia fra natura e sviluppo (o lavoro, a . seconda dell’angolatura politica da cui si guardi questo dualismo) pendesse tutta dalla parte del secondo senza tener conto delle necessità della prima? E ora siamo sicuri che così come l’abbiamo ridotta, la natura ci garantisca ancora sviluppo e benessere? Pisezia non è uno scherzo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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