Il dolore
Morta in cella, inchiesta chiusa: fu suicidio
Non sono emerse ipotesi alternative nel decesso di una 27enne trovata impiccata con un lenzuolo
PISA. Un suicidio. Non ci sono responsabilità di altre persone nella morte di Ramona Cortese, la 27enne trovata senza vita il 14 agosto 2015 in una cella del Don Bosco.
Lo sostiene la Procura nel decreto di archiviazione del fascicolo aperto dopo il ritrovamento della donna, di Follonica, impiccata con un lenzuolo legato alle sbarre della finestra. Una morte sulla quale hanno indagato i carabinieri del nucleo investigativo del capitano Michele Cataneo coordinati dal sostituto procuratore, Antonio Giaconi. La denuncia dei familiari di Ramona aveva dato impulso ai riscontri avviati per capire cosa fosse accaduto nella cella e, soprattutto, se era ipotizzabile il coinvolgimento di qualcuno in un decesso che aveva scosso gli stessi operatori del carcere. La famiglia non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio. I problemi personali di Ramona non erano un mistero e il suo equilibrio precario a volte l’aveva fatta finire nei guai. Ma per i familiari la condizione di reclusa non sarebbe stato un elemento sufficiente a far scattare la molla di legarsi un lenzuolo intorno al collo. Nel corso dei riscontri, i carabinieri hanno messo insieme testimonianze, cartelle cliniche, sequenze fotografiche, sopralluoghi e ricostruito quello che, alla fine, è stato classificato come un gesto avvenuto nella più completa solitudine.
Quando Ramona ha trasformato il suo lenzuolo in un cappio era da sola. E quel dramma privato nell’inchiesta della magistratura - escludendo alla radice l’ipotesi dell’omicidio - va rubricato alla voce archiviazione. Nella sezione femminile - 13 posti letto con bagni a vista - Ramona era arrivata il 31 luglio 2015. Era ai domiciliari nella casa dei genitori a Scarlino per un'accusa di stalking e violenza sessuale presentata dalla sua ex compagna. In uno scatto d'ira aveva aggredito la mamma e il Tribunale di Grosseto aveva aggravato la misura cautelare con il carcere. Ad aprile 2015 aveva patteggiato 6 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, minacce e danneggiamenti. Non stava passando un buon momento. L'8 agosto, 6 giorni prima di morire, era stata visitata dallo psichiatra del carcere che non aveva notato anomalie di rilievo sullo stato di salute mentale della giovane.
Da due giorni era da sola dopo che la sua compagna di camera era stata scarcerata. Era entrata nella camera-cella alle 15,30. E, secondo la Procura, nessuno avrebbe messo piede in quei metri quadrati con la sola finestra sbarrata come fonte di luce. Alle 16,15 una agente della penitenziaria si era presentata con l'infermiera per la terapia e aveva trovato la giovane, esanime, con il lenzuolo attaccato alle sbarre e stretto attorno al collo con un nodo dozzinale. Tre quarti d’ora di agonia prima del decesso. Che ora per la Procura va classificato come suicidio, ultimo traguardo di un’esistenza inquieta.(p.b.)
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