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Pisa

Feto, aria nei polmoni ma resta l’accusa di procurato aborto

VECCHIANO. Non cambia l’ipotesi di reato a carico della mamma - indagato anche il marito in concorso - accusata per procurato aborto e occultamento di cadavere per aver partorito un feto e averlo...

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VECCHIANO. Non cambia l’ipotesi di reato a carico della mamma - indagato anche il marito in concorso - accusata per procurato aborto e occultamento di cadavere per aver partorito un feto e averlo poi messo in un sacco accanto al bidone dei rifiuti sul terrazzo di casa a Migliarino.

La presenza di aria nei polmoni in quello che più che un feto si avvicina per formazione strutturale a un neonato, visto che il periodo di gestazione era arrivato a sei mesi, non modifica la contestazione mossa dalla Procura all’indomani del rinvenimento del corpicino nella spazzatura.

Il fatto che il piccino abbia respirato una volta uscito dal grembo materno non fa scattare in automatico l’accusa di infanticidio. La respirazione potrebbe aver anticipato il decesso per cause naturali. E, quindi, non necessariamente dall’autopsia - gli esami istologici sui polmoni richiederanno più tempo - si può stabilire se c’è stata o meno la soppressione volontaria del feto da parte della madre.

Di sicuro quel bimbo nato e finito direttamente nell’immondizia non era voluto dalla donna, marocchina di 22 anni già madre di due bambini piccoli avuti dal marito, un connazionale 24enne. Entrambi non in regola con il permesso di soggiorno e disoccupati, vivono con la madre di lei grazie soprattutto ai sussidi dei servizi sociali.

«Non avrei saputo come mantenere un terzo figlio» aveva detto poche ore dopo la scoperta del feto in un sacco nero nella casa di Migliarino dove alle 4,30 di giovedì 11 agosto la donna si era sentita male con un’emorragia che l’aveva obbligata a presentarsi al pronto soccorso.

La polizia aveva trovato nell’appartamento medicinali utilizzati per procurare aborti. Non è stato un aborto spontaneo come detto dalla donna agli investigatori prima di mettere da parte le menzogne e confermare il terrore di dover sfamare un terzo figlio in un contesto familiare segnato dalla precarietà più desolante.

La mamma si trova sul crinale tra un procurato aborto confessato, anche se in assenza del proprio legale, e un infanticidio che prevede pene da 4 a 12 anni.(p.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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