Proteste
La comunità in preghiera nell'area della moschea dopo l'espulsione di Bilel: "Bene cacciarlo, Islam è pace"
La reazione della comunità musulmana in preghiera sui terreni privati in cui dovrà sorgere il nuovo centro di preghiera a Pisa. "Un unico luogo di culto è più sicuro, dividersi sarebbe pericoloso"
PISA. La camping-moschea è già sold out, tutto esaurito. Agli ultimi arrivati non resta che un posto al sole. Tutti in fila, la testa china e sudata, i più anziani con il copricapo tradizionale, i ragazzi con il cappellino alla rapper, la visiera rigirata sulla nuca, ritti sul ciglio di questo puzzle di tappeti improvvisato, un attimo prima del mare di infradito, sandali e sneakers che fa da sfondo ad ogni preghiera. Solo che questa non è una preghiera qualunque. «Chi può dia una mano», l’appello ai fedeli.
Per la prima volta la comunità islamica pisana si è riunita (venerdì 12 agosto, ndr) sui terreni di sua proprietà, un saluto ad Allah dal rettangolo in cui dovrebbe sorgere il tempio, proprio nel giorno in cui si è materializzata la paura di un attacco all’Italia. Solo un caso, certo, ma inevitabilmente ricco di simbolismo. «Il Cus, il centro sportivo dell’Università dove andiamo di solito, è chiuso per ferie, così ci siamo riversati qui, i terreni sono l’unico posto che avrebbe potuto contenere tutti», dice Mohammad Khalil, responsabile dell’associazione culturale musulmana, guida morale e spirituale dell’Islam in città. Così hanno alzato questa moschea da campeggio in attesa di quella vera: un telo verde sorretto da pali di legno e fili di nylon appesi a quel che resta del vecchio sfasciacarrozze. «È stato anche un modo per far conoscere a tutti questo pezzo di terra». Duemila metri quadrati, poco più, un rettangolo fra via del Brennero e via Chiarugi diventato ormai l’oggetto di una diatriba politica cittadina, di un batti e ribatti di dichiarazioni spesso demagogiche, usate come clave verbali. Un linguaggio che sembra molto lontano da chi dovrà frequentarla.
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«Cosa penso dei terroristi? Ma lei ha ascoltato bene le parole dell’imam? - chiede a fine preghiera Ciss Papa, 57 anni, senegalese - In ogni paese in cui il musulmano è ospite deve mostrare maggiore concordia di quanto non faccia chi lo ospita. La nostra è una religione di misericordia e fratellanza, l’Islam non incita alla violenza, basta leggere il Corano. Il profeta insegna che una persona che uccide un’altra persona è come se avesse ucciso il mondo, e colui che ne salva una è come se le avesse salvate tutte». «Io spero che lo buttino fuori, deve essere espulso - dice Jas, bengalese di 33 anni - questi combattenti dell’Isis sono tutti drogati, esaltati e ignoranti». Sono da poco passate le 13 ma di Bilel, il tunisino fermato l’altra notte dai carabinieri ed espulso perché sospettato di volersi trasformare in un martire del Califfato proprio a Pisa, in molti neppure conoscono la storia sebbene sia su tutti i siti da ore. «Sarebbe questo? - dice Rida, tunisino, leggendo la notizia sul cellulare - Sono sicuro, qui non c’è mai venuto, mai visto nella palestra, non frequenta la nostra comunità».
Anziani e giovanissimi, quando c’è il pienone al Cus si raccolgono anche 600 persone. In vent’anni la comunità è cresciuta moltissimo. Oggi sono arrivati in 300, in bici, a piedi, alcuni con le tuniche, altri in jeans e pantaloncini da mare, segno di un tessuto trasversale, dove convivono tradizione e modernità. Dove vivono ragazzi come Anas, il figlio dell’imam Khalil: 18 anni, è nato in Italia, ha appena superato la maturità al Dini con il massimo dei voti, sosterrà gli esami di ammissione per la Normale e il Sant’Anna, è un nativo digitale, vicino per età e magari background culturale ad alcuni dei giovani radicalizzati in chat, ma da loro distante anni luce. «Se ne avessi conosciuto uno lo avrei subito denunciato». E ha le idee chiare su quale sia il prodotto più amaro del terrorismo. «Lo dice l’etimologia stessa: provocare il terrore nella gente, e se cedessimo faremmo il loro gioco. Certo fa un po’ effetto sapere che la città natìa e che ami sia stata un possibile bersaglio. Credo sia l’effetto di una ignoranza bilaterale: di fronte al terrore si manifestano due risposte distorte e opposte. Da una parte quella dei terroristi che non conoscono il Corano e la sua parola di pace (Islam in arabo significa pace), dall’altra quella di chi risponde al terrorismo discriminando un’intera comunità, alimentando il rischio della disgregazione».
Video, parla Anas Khalil, figlio dell’imam di Pisa: "Bene cacciare Bilel, l'Islam è pace"
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Ed è questo il rischio più grande che anche il padre di Anas, Mohammad, sembra rimproverare al comitato dei #NoMoschea. Lo ha detto anche nel suo sermone. «La sicurezza è sacra». Ma «non potrà esserci sicurezza se si impedisce la costruzione di una moschea - dice a noi Mohammad Khalil - Un luogo unitario, riconoscibile, con un interlocutore chiaro per le istituzioni è in grado di fare da collante. Insomma, ha ragione Franco Cardini, una moschea potrà essere messa sotto controllo, se sai chi è il predicatore puoi sapere quale è il tenore delle cose che dice. Senza un luogo unico di culto potrebbe aprirsi una frattura, e dieci o quindici gruppi diversi saranno difficili da seguire». «La frammentazione sarebbe pericolosissima - confessa un agente della Digos venuto a seguire la preghiera - Aumenterebbe molto il rischio, crea ghetti, steccati, enclave di potenziale radicalizzazione delle visioni. Per questo sono incomprensibili le posizioni del no». Eppure, un po’, una crepa la retorica dei “respingimenti” deve averla già aperta. Ieri un gruppo ha scelto di osservare il venerdì in un luogo diverso. «Una cinquantina di persone - racconta Rida - ha affittato la stanza al Dopolavoro ferroviario e hanno pregato lì».
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