Sicurezza
Tragedia al Palabingo chiesto il processo per lo sparatore
Omicidio preterintenzionale l'accusa mossa dalla Procura L'imputato reagì al tentativo di rapina di un collega
PISA. La Procura vuole processare Simone Paolini. La richiesta di rinvio a giudizio per il dipendente del corpo "Guardie di Città" è stata firmata dal sostituto procuratore Antonio Giaconi, titolare dell'inchiesta sulla rapina conclusa in tragedia con la morte di Davide Giuliani, 46 anni, di Montecalvoli, all'alba del 13 agosto 2015 a due passi dal Palabingo di Navacchio.
Un incontro-scontro tra due colleghi con uno presente sul posto per rapinare l'amico che, in risposta alla minaccia armata, reagisce uccidendo il bandito. Ancora da fissare la data dell'udienza preliminare davanti al gup per l'esame di un probabile rito abbreviato annunciato dalla difesa di Paolini, rappresentata dall'avvocato Erminia Imperio. Una scelta processuale rapidi nei tempi ed essenziale nei contenuti che può portare all'assoluzione o alla condanna con riduzione di un terzo della pena con la valutazione solo degli atti raccolti in istruttoria. La Procura contesta l'omicidio preterintenzionale all'unico indagato nella vicenda - con la richiesta di rinvio a giudizio diventa imputato - che dal delitto ha fatto deflagrare, in un effetto domino, mancanze e lacune a livello amministrativo e penali in capo all'istituto di vigilanza. Quello che Paolini, 38 anni, di Pisa, disse nell'interrogatorio del 14 agosto 2015 non ha avuto nel corso delle indagini modifiche di rilievo. La sua versione resta quella, senza cambio di scenari nella ricostruzione di un episodio finito nel sangue con i due colpi di pistola sparati da Paolini contro Giuliani, con il casco in testa e un'arma in pugno puntata contro il collega per prendergli l'incasso del Palabingo. Non ci sarebbero contraddizioni, dunque, nella sequenza riferita dall'imputato iniziata con il tentativo di rapina da parte di Giuliani e conclusa con l'appuntato delle "Guardie di Città" agonizzante fuori dal suo Suv qualche centinaio di metri dal punto in cui Paolini gli aveva sparato due colpi con la sua Beretta calibro 9. Sono le 4,27 quando Paolini, divisa e auto di ordinanza dell'istituto di vigilanza di Ospedaletto, si avvia a ritirare l'incasso della sala bingo a Navacchio. Alle 4,30 è in auto e all'improvviso compare un uomo armato e con il volto coperto da un casco. La reazione del vigilante è quella di cercare di investire il bandito, ma non riesce a metterlo in fuga. Giuliani si avvicina al finestrino del guidatore e, da seduto, Paolini fa fuoco due volte, lo colpisce al fianco e al petto attraverso il finestrino e poi dà l'allarme alla centrale operativa azionando il Gps. Anche se ferito, il rapinatore apre la portiera, inizia una colluttazione, Paolini riesce a togliere il casco all'aggressore e scopre che è il collega. È in quel momento che Giuliani gli confida la sua disperazione: «Lo faccio perché ho bisogno di soldi». L'appuntato in congedo parentale da gennaio, per assistere il padre, non riesce a sopraffare il collega, né a mettere le mani sul bottino di 6.000 euro appena prelevato. Scappa a piedi in una fuga disperata. Sono le 5,10 quando Giuliani viene trovato in una piazzola a poca distanza dalla sala bingo. Muore sotto gli occhi delle guardie giurate, una delle quali chiamata per nome invocando un'ambulanza, intervenute sul posto e che ne avevano appena scoperto l'identità. Le indagini hanno poi accertato che Paolini non doveva essere in servizio, né tenere la pistola perché i titoli erano scaduti da mesi. Al contrario Giuliani poteva avere con sé l'arma. Un'inversione di ruoli in una tragedia a parti rovesciate dove la guardia non poteva per legge girare con una pistola e il rapinatore sì.
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