Sicurezza
Ferie in corsia, saltano 3 letti su 10: «Cure a rischio»
L’Aoup: garantiti gli standard di sicurezza per i malati. I sindacati in rivolta: siamo in pochi, troppo stress
PISA. Un infermiere ogni dieci posti letto. «Ogni risorsa è calibrata su questa proporzione, sugli standard di sicurezza», dicono dall’Azienda ospedaliero-universitaria in questi giorni di torrida rivolta. Ogni dotazione organica, nei reparti di degenza ordinaria, si fonda su questo rapporto numerico. È in quelle corsie che si è potuto e dovuto tagliare, accorpare, ridurre. Sono le chirurgie generali, le ortopedie, la psichiatria, la neurochirurgia, la chirurgia toracica, la medicina interna i reparti che da giugno stanno sopportando una cura dimagrante di letti e personale. I posti a pieno regime in queste unità operative sono 1.018. A giugno sono calati di appena il 4,1%, a luglio del 16,4% (-167), ad agosto la sforbiciata raggiungerà il 31,4% dell’organico, Cisanello e Santa Chiara si ritroveranno con 320 letti in meno. La riduzione ha quasi un unico scopo: consentire a medici e infermieri di smaltire le ferie.
Succede ovunque in Toscana, da anni. Ma la carenza di camici bianchi, dice Leonardo Fagiolini, responsabile sanità della Cgil in provincia, a Pisa sta facendo precipitare il policlinico in «una spirale pericolosa e senza precedenti». Per effetto della chiusura o la fusione di interi reparti «infermieri e medici sopportano carichi di lavoro e stress troppo alti, col rischio sempre crescente di commettere errori». Per questo la logica aritmetica della salvaguardia normativa a cui si sta appellando l’Aoup è la stessa che sta facendo imbufalire mezzo ospedale, una cecità degli standard che ha convinto Paolo Malacarne, primario della Rianimazione del pronto soccorso, a rivolgersi ai familiari dei pazienti.
«Facciamo il massimo, ma a queste condizioni non siamo più in grado di garantire i livelli ottimali di sicurezza», ha scritto in una lettera-appello. Un muro contro muro con la direzione aziendale, che invece ribadisce di aver mantenuto invariate le attività d’urgenza legate a un pronto soccorso che fa da collettore per i casi più gravi per tutta l’area vasta, da Livorno a Massa, e a quelle di settori nevralgici come le terapie intensive, i trapianti, il centro ustioni, le traumatologie, la rianimazione di Malacarne in testa. Allora perché un primario di una unità operativa così importante esce allo scoperto?
Una cosa è certa: quella logica aritmetica è agganciata ad una legge vecchia di 28 anni, il decreto ministeriale 109 del 1988. «Ma stiamo scherzando? - sbotta Fagiolini - In un ospedale a vocazione chirurgica 28 anni fa i ricoveri venivano fatti con 5 giorni di anticipo e le dimissioni con molta molta calma, la metà dei pazienti dunque per larga parte della degenza era autosufficiente, aveva bisogni assistenziali minimi. Oggi il carico dell’assistenza, con ricoveri e dimissioni lampo, è massimo». E senza una vera politica di sostituzioni e assunzioni anche a termine quegli standard somigliano molto a «un paravento - dice Daniele Carbocci, segretario cittadino del sindacato infermieri Nursind - Non vorranno farci credere che i 16 fra infermieri e operatori sanitari assunti per l’apertura di 10 posti ordinari in medicina d’urgenza e un’area dimissioni siano sufficienti?». «Ma via - aggiunge Fagiolini - solo fra infermieri e tecnici siamo in 3mila. E se si va a vedere quante persone sono andate in pensione o in maternità, vedrete, andiamo pari».
In realtà, proprio i tagli nei reparti a bassa intensità starebbero facendo da tappo per l’Emergenza. Così i reparti del pronto soccorso, decimati di 8 brande destinate ai casi gravi, avrebbero fatto diventare la Rianimazione un imbuto. Tutto in ossequio al rispetto della logica aritmetica 1 su 10. «Una logica che neanche in Botswana», dice Carbocci. E non scherza. Sì, perché le linee guida a cui si appoggiano ancora Regione e Ministero sono obsolete. C’è uno studio internazionale confezionato da ospedali e università di tutto il mondo a certificarlo. Per l’Italia l’ha coordinato l’Università di Genova un anno fa, si chiama “Rn4cast”. E dice sostanzialmente una cosa: i ritmi e i livelli raggiunti dalla sanità del ventunesimo secolo impongono standard un tantino diversi: diminuire la mortalità in corsia è possibile se ci sono il 60% degli infermieri laureati e 1 ogni 6 pazienti. Ecco, il Botswana ne ha uno ogni 8, la media italiana è 1 a 9 circa, Pisa ci garantisce che il migliore dei mondi possibili è immaginabile con un infermiere ogni 10 letti. «Certo - dice Carbocci - Non si può paragonare la nostra sanità al Botswana, ma credo che qualcosa sia da rivedere».
Anche perché a guardare bene le schede spiccano sì i 17 posti invariati della traumatologia al padiglione 31, in un periodo, l’estate, in cui gli incidenti in moto riempiono le sale operatorie, ma alcune tabelle sarebbero un po’ datate, e proprio nei «settori nevralgici». «Ad esempio nella Chirurgia generale dei trapianti - dice Carbocci - non sono rimasti i 32 posti effettivi. Siamo scesi a 25 poiché l’Aoup non ha voluto assumere». E quella della coperta corta sul personale è una costante. Che starebbe innescando un effetto a catena. «Chi rimane per consentire le ferie ai colleghi - assicurano Fagiolini e Carbocci - è costretto a doppi turni, soprattutto di notte, con buona pace dei nuovi turni “europei”, che stabiliscono 16 ore di riposo dopo due notturne consecutive». Non solo. Verrebbe bypassato così perfino il confine delle 48 ore settimanali. «Normalmente un infermiere fa 36 ore settimanali, ma l’Ue ha previsto si possano raggiungere le 48 in determinati periodi. Peccato in molti reparti si raggiungano le 52 ore».
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