Attenzione
I pentiti di mafia a processo. Ma per le rapine
PISA. «Uno lo vedevo tutte le mattine in negozio. Una volta venne anche con la bambina. E chi lo avrebbe mai pensato come un malfattore». E soprattutto chi avrebbe immaginato che un gruppo di pentiti...
PISA. «Uno lo vedevo tutte le mattine in negozio. Una volta venne anche con la bambina. E chi lo avrebbe mai pensato come un malfattore». E soprattutto chi avrebbe immaginato che un gruppo di pentiti di mafia, collaboratori di giustizia sotto protezione, avrebbe rischiato di far saltare la tutela dello Stato per mettersi a rapinare negozi, tabaccherie, centri commerciali. Eppure Paolo Ferrai quei pentiti se li è trovati di fronte, nella sua tabaccheria a Sant’Ermete e ieri lo ha raccontato in aula. Davanti ai giudici si celebrava il processo per il componente della banda che aveva fatto da palo, Francesco De Leo. Un testimone ha dichiarato di averlo visto partire alla guida dell’auto con cui sono fuggiti i malviventi che avevano fatto irruzione nel negozio di via Emilia. I due esecutori materiali, Luigi Cotogno e Massimiliano Maggi hanno scelto l’abbreviato. Erano camorristi, affiliati di un clan salernitano. Per loro le prove sono schiaccianti.
Nel giro di poche settimane, oltre alla tabaccheria di Ferrari, fra aprile e maggio 2015 ripulirono anche il Tuodì e altri esercizi. Dopo settimane di indagini, la squadra mobile guidata da Rita Sverdigliozzi li arrestò a ottobre scorso. Agli arresti finirono anche le loro compagne. Li avevano fiancheggiati, sfruttando proprio la condizione privilegiata di collaboratori di giustizia per commettere le rapine. E spesso usavano quella tecnica: per eseguire i “sopralluoghi” pre-furto, visitavano i loro bersagli con i bambini. Per non dare nell’opcchio. Ma proprio le testimonianze potrebbero essere decisive. Come quella di Ferrari: «Sì insomma, era la vigilia di Pasqua - racconta Ferrari - Io ero sulla soglia, stavo fumando una sigaretta e improvvisamente un uomo mi si para di fronte e mi spinge dentro. “Fermo fermo”, mi dice. E da dietro ne arriva un altro con la pistola. Erano le 19.30 circa, mia moglie stava portando via l’incasso. Loro lo vedono e glielo strappano via di mano, ma prima di andare, uno dei due si scopre il viso. E sono sicuro, l’ho riconosciuto. Era quello che veniva sempre in negozio. Mi ha anche stupito vederlo, chi se lo sarebbe immaginato». Chi lo avrebbe immaginato che due pentiti di mafia arrivasse a tanto, ad usare lo scudo dello Stato come un’immunità, una chance di salvezza per rovinare la propria famiglia una seconda volta?
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