Gioco
Da Berlinguer a Bersani la storia di via Fratti decisa sul tavolo verde
Il quartier generale del Pci fu inaugurato nel 1968 da Occhetto Nate qui alleanze, scissioni e le scelte più importanti per Pisa
PISA. È stato sempre lì. All'ultimo piano della sede di via Fratti. In fondo al piccolo corridoio, sulla sinistra, in una stanza per tre quarti in cemento e il resto formata da una grande vetrata che nei momenti più difficili è servita ad illuminare le idee di un gruppo ristretto di dirigenti. Quelli che, dopo interminabili discussioni, erano chiamati a decidere il futuro del partito. Ha attraversato tutte le fasi della vita politica cittadina e nazionale. Dal Pci fino alla moderna epoca renziana. Sul suo panno verde sono state ratificate le decisioni più importanti per la vita cittadina e di buona parte della provincia. Sui suoi bordi in legno hanno appoggiato i gomiti decine di segretari dal 1968 ad oggi. Sulle sedie disposte attorno hanno trovato posto le più grandi personalità della sinistra italiana. Da Berlinguer a Natta, passando da Longo, D'Alema e Mussi (politicamente cresciuti all’ombra della Torre) fino a Bersani e Carrozza. Qui sindaci come Fontanelli e Filippeschi hanno deciso le loro giunte e le loro candidature per il parlamento.
La chiamano tutti "la stanza del tavolo tondo", perché è lei la protagonista: la grande scrivania circolare col panno verde ha incarnato (soprattutto in passato) l'essenza di quel "partito collettivo" mosso dal "centralismo democratico" in cui i segretari erano chiamati a prendere le decisioni. Una sorta di scala di potere, rappresentato anche dalla architettura della storica sede di via Fratti, con il suo pian terreno di "carattere pubblico", la grande area collettiva dell'auditorium, e con spazi che, salendo ai piani superiori, si fanno sempre più privati.
E se quel tavolo potesse parlare, sarebbe in grado di raccontare quasi cinquant'anni di storia di Pisa, ma non solo. Potrebbe raccontare di scissioni e alleanze. Di pugni sbattuti e abbracci e di un luogo di aggregazione, di solidarietà verso i "compagni" e le loro famiglie in difficoltà, ma pure di grandi manovre. Potrebbe narrare le vicissitudini politiche dal 1968, quando Achille Occhetto, nel pieno delle contestazioni studentesche, smessi i panni di segretario della Fgci e indossati quelli di membro dell'ufficio di segreteria e di responsabile della sezione centrale di stampa e propaganda del Pci, accorse a Pisa per inaugurare quella nuova e moderna sede che avrebbe significato un salto di qualità per il partito pisano, che trasferì i suoi uffici da via San Lorenzo (dove aveva una sede provvisoria in uno stabile di proprietà del costruttore Pampana).
Nell'anno della morte di Palmiro Togliatti (1964), soprattutto su impulso dell'allora segretario di federazione Nello Di Paco, il Pci decise di dotarsi di una sede più grande e funzionale ad un partito in continua crescita. Il progetto venne affidato agli architetti Francesco Tomassi (che in seguito ha progettato anche il primo lotto dell'ospedale di Cisanello e il Palacongressi) e Roberto Mariani ("padre" di Corte San Domenico). La costruzione iniziò nel 1967 e si concluse un anno dopo. Ne scaturì una struttura moderna e funzionale anche alle misure di sicurezza imposte dal tempo, caratterizzato dalla dura azione della sinistra extraparlamentare, agli albori degli anni di piombo, del terrorismo e dei tentati golpe di stampo fascista.
Stretta tra due palazzi e con un'unica entrata, la sede doveva risultare “inespugnabile”. Alle finestre, doppi vetri "protetti" da serrande (in legno e a soffietto), progettate per essere una sorta di "barriera" grazie al meccanismo di chiusura rapida e con pertugi che permettono di osservare l'esterno senza essere visti. Piccoli accorgimenti al quale il Pci affiancò un massiccio sistema di controllo con i suoi iscritti (soprattutto della Fgci che, insieme alla redazione de l'Unità, aveva sede nei locali annessi alla struttura dove oggi ha trovato ospitalità il Pd), in particolare nella seconda metà degli anni Settanta con una vigilanza h24, che trovava "massima espressione" durante le visite di Berlinguer, quando i giovani venivano sostituiti da portuali livornesi e operai. Le tensioni dell'epoca non sono mai riuscite a scalfire né ad intaccare la storica sede. Che oggi abbassa invece le serrande per motivi economici.
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