Italia
«Aiuto compagno Dem mi si è ristretta la sede»
Per risanare il bilancio il partito si è trasferito in stanze più piccole
PISA. Dicono che ora il peggio sia passato. Ma che fino a qualche mese fa, a guardare i bilanci, i compagni dem provassero le vertigini. Profondo, profondissimo rosso. Così anche i renziani hanno dovuto sperimentare il brivido della mitologica frugalità comunista. «Fra pochi giorni presenterò alla direzione del partito una relazione che certifica un bilancio in equilibrio, senza sofferenze», dice Nicola Landucci, tesoriere del Pd provinciale. Certo, i conti dei dem pisani hanno ancora il segno meno, i debiti non sono spariti, ma «siamo già riusciti a ripianare alcuni squilibri debitori della vecchia gestione». Solo che la manovra è costata cara, ha comportato un sacrificio affettivo e simbolico enorme.
I dem si sono dovuti restringere la sede storica, quella che nel 1968 inaugurò Achille Occhetto da responsabile dell’ufficio propaganda del Pci. Quella da cui è passata la storia di Pisa e della provincia, perché qui il partito comunista e poi tutte le sue derivazioni (o derive, fate voi), dal Pds ai Ds fino al Pd, hanno preso le decisioni fondamentali per la terra all’ombra della Torre. Da novembre invece il partito non occupa più le antiche stanze del civico 9 di via Fratti. Intendiamoci, non si è spostato altrove, semplicemente ha abbandonato la vecchia, ampia e illustre magione per trasferirsi in due o tre stanzette annesse. Un appartamento dello stesso palazzo, ma che fa della sede Pd un quartier generale molto più frugale di quello storico. Ultimamente occupate da uno studio di commercialisti, un tempo erano la sede della redazione de l’Unità e soprattutto erano state la base della Fgci pisana, l’ovile in cui è stata allevata alla politica gente come Massimo D’Alema e Fabio Mussi. Ora, poco lontano dalla targa con la scritta “PD”, la porta d’ingresso di via Fratti è coperta dalle serrande abbassate. E quell’aria da smobilitazione non è solo apparente. Dall’agosto scorso il partito ha messo in cassa integrazione tre persone. Uno è Francesco Nocchi, l’ex segretario provinciale. Proprio sotto la sua guida è calata la manovra d’austerity sul personale. Così gli ammortizzatori sono stati usati anche per due impiegate, ma al 50% del monte orario. Altri due funzionari, Consuelo Arrighi e l’ex consigliere Ivan Ferrucci, si sono invece dimessi per non pesare più sui conti. Ma i tagli veri sono giunti col partito a guida renziana. Le stanze gloriose costavano al Pd 2mila euro di affitto da pagare alla Primavera, la vecchia società immobiliare del Pci. «L’abbiamo rinegoziato e dimezzato - dice Landucci - Una semplice razionalizzazione - È significativo che proprio grazie al risanamento riusciremo ad anticipare la chiusura della cassa integrazione di sei mesi, cioè entro gennaio». «Non ha nessun significato politico, erano anni che si parlava di una riorganizzazione degli spazi, oltre che del partito in genere: non è un caso che nessuno dei membri della segreteria percepisca più lo stipendio - dice il segretario provinciale Alessio Lari -. Una maggiore efficienza economica era doverosa, soprattutto da quando è cambiata la normativa sul finanziamento ai partiti. Dovevamo ridurre le spese». Sì perché da quando è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti (fino al 2017 si tratta in realtà di una riduzione percentuale dei rimborsi elettorali), il piatto piange. Ma - assicurano i dem - non a causa di una fuga dal tesseramento. «Gli iscritti - garantiscono Landucci e Lari - sono in linea col passato».
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