Inneggiò all’Is, il giudice concede i domiciliari a Jalal
PISA. Non è neppure un fenomeno 3.0 come sembrava, Jalal El Hanaoui. Non ha «una particolare abilità nell’utilizzo dello strumento informatico». L’italo-marocchino di 26 anni, in carcere da un anno...
PISA. Non è neppure un fenomeno 3.0 come sembrava, Jalal El Hanaoui. Non ha «una particolare abilità nell’utilizzo dello strumento informatico». L’italo-marocchino di 26 anni, in carcere da un anno con l’accusa di istigazione al terrorismo attraverso Facebook, sa navigare sul web, postare foto, video, usare i social network né più né meno di un suo coetaneo, le sue competenze digitali rientrano «nei canoni di normalità in relazione alla sua età».
In un altro processo tutto questo forse non avrebbe significato niente, ma in un’aula dove l’imputato siede per aver inneggiato all’Is con una manciata di post, sospettato, proprio per le sue abilità da smanettone, di poter diventare un reclutatore di giovani foreign figthers votati al Califfato nero, l’ordinanza con cui la corte d’assise ieri ha concesso i domiciliari al giovane residente a Ponsacco è un duro colpo all’impianto accusatorio costruito dal procuratore della Dda fiorentina Angela Pietroiusti e alle indagini della Digos pisana. A suon di udienze, testimonianze e perizie messe a confronto nel processo, le accuse contro di lui sembrano ora più fragili. La sentenza non arriverà almeno fino al 23 settembre, data della nuova udienza, ma «all’esito dell’istruttoria dibattimentale - scrive la corte - emerge un grado di pericolosità attenuato rispetto a quello inizialmente delineato nell’ordinanza di custodia cautelare». A chiedere l’attenuazione della misura cautelare sono stati i legali della difesa Tiziana Mannocci e Marco Meoli. I due avvocati ieri hanno ottenuto anche di poter ascoltare una delle telefonate acquisite fra Jalal e un italiano di Brescia convertito all’Islam. Una chiamata in cui i due sembrano condannare gli attentati terroristici dello Stato Islamico. Solo apparentemente, però, per Pietroiusti, che sottolinea come Jalal invochi il perdono di Allah e il paradiso anche per un uomo che abbia commesso cento omicidi ma si sia poi pentito. Ma Jalal, per la corte, può comunque tornare a casa. Anche perché «ha mostrato di avere percepito un effetto deterrente dal periodo di carcerazione sin qui subito e di avere pienamente compreso il grado di gravità» delle accuse. Non potrà che aiutarlo inoltre stare con i genitori, dato che è «inserito in un contesto familiare affidabile, connotato da una completa integrazione socio-culturale nel luogo di residenza». Per la prima volta, dall’inizio del processo, la madre del giovane ha sorriso. Ma, sebbene la scarcerazione abbia effetto immediato, Jalal dovrà ancora aspettare per tornare a casa, almeno fino a quando non sarà trovato un braccialetto elettronico. E una volta tornato a Ponsacco non potrà utilizzare computer, telefonini o qualsiasi altro strumento informatico.
Mario Neri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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