Il dolore
L’urlo di Tardelli per il Pisa in B
Il campione del mondo a Spagna 1982 esulta «Legato alla città, Gattuso super protagonista»
PISA. «Ero certo che sarebbe andata bene», esulta dagli studi Rai, dov’impegnatissimo come commentatore degli Europei, Marco Tardelli, “l’urlo” più famoso della storia del calcio. Il leggendario campione del mondo a Spagna 1982, che con quell’esultanza sfrenata ha lasciato un’istantanea indelebile che va anche oltre lo sport, è riuscito comunque a seguire «con orecchio attento», dice, la partita dei nerazzurri.
E’ da poco uscito il suo libro “Tutto o niente” (Mondadori) in cui si racconta a Sara Tardelli, la figlia giornalista. E il nome di Pisa compare tante volte.
Tardelli, quali sono le prime sensazioni?
«Contentissimo per il Pisa e per Pisa. La mia città. Da lì sono partito e lì ho ancora la famiglia: mia madre, i miei fratelli, qualche amico. Ogni tanto vengo. Capite dunque quanto sia ancora legato a Pisa, che mi ha lanciato nel grande calcio da giovanissimo».
A cosa abbina in particolare questo storico successo nerazzurro?
«A Gennaro Gattuso, che seguo sempre. Perché era uno che in campo dava tutto quello che aveva. Una persona onesta, con cui si poteva sempre discutere, a volte arrabbiare. Un giocatore che vorrei sempre nella mia squadra. Per questo i suoi successi da allenatore mi fanno ancora più piacere».
Tardelli è stato l’allenatore di Gattuso nell’Under 21 all’inizio degli anni Duemila. Poi ha avuto Ringhio alle sue dipendenze anche quando era il vice del commissario tecnico Giovanni Trapattoni nella Nazionale maggiore.
Tardelli, ma lei un po’ si rivede in Gattuso, visto le caratteristiche che ha elencato?
«Io ero meglio…», e gli scappa una fragorosa risata.
Presentando il suo libro, ha detto: «Il mio sogno era di meritarmi un posto nel Pisa, squadra della mia città»…
«Confermo. Mio padre non voleva giocassi a calcio, preferiva scegliessi un mestiere serio. Il diploma di ragioniere l’ho preso per lui. Io ho giocato per passione, mai pensato di finire in nazionale, il mio sogno era proprio di meritarmi un posto nel Pisa. Noi non pretendevamo molto, e tutto ci sembrava molto».
Nato a Capanne di Careggine (Lucca) e cresciuto calcisticamente nel San Martino, con il marchio quindi della pisanità, Tardelli venne acquistato dal Pisa per 70mila lire e con la società nerazzurra ha giocato per due anni in serie C, scendendo in campo 41 volte e segnando 4 gol. Nel 1974 venne acquistato dal Como e l’anno seguente, dopo un corteggiamento da parte di Fiorentina e Inter, venne acquistato dalla Juventus per 950 milioni di lire, voluto fortemente dal presidente bianconero Giampiero Boniperti. A Torino è diventato una delle bandiere della fortissima squadra di Platini e Boniek.
Tardelli, la squadra del San Martino ricorre spesso nei suoi ricordi…
«Certo, proprio perché sono legato alla città, dove sono arrivato da piccolo. Balestri, che mi ha lanciato, Filippelli e altri sono personaggi che ricordo con grande affetto. Inizialmente avevo avuto un po’ di problemi, ma ora la memoria mi riporta alla mente solo cose belle». Il San Martino, come prima le giornate trascorse giocando all’Oratorio Lanteri, sono la storia.
Scusi, Marco, ma lei è d’accordo con chi sostiene che questa promozione ha “semplicemente” riportato il Pisa nelle categorie che merita?
«Pisa è una realtà che si è mossa sempre bene tra serie A e serie B. Una dimensione calcistica che gli è appartenuta a lungo negli anni di Romeo Anconetani, indiscusso artefice della storia sportiva della città. C’è dunque una tradizione in questo senso, anche se poi bisogna essere bravi nel non disperdere quanto conquistato».
Sembra di capire che nel suo ragionamento ci sia un “ma” in agguato…
«C’è perché il primo problema, peraltro non facile, è andare in B. E questa è fatta. Poi però bisogna essere bravi a rimanerci in queste categorie. Chi ha in mano la squadra deve investire, ma deve anche trovare persone che lo aiutino perché capisco che le spese da sostenere siano tante».
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