Italia
Doccia fredda a Roma: nessun futuro in vista per la Carlo Colombo
Il nuovo piano industriale conferma la chiusura per Ospedaletto L’obiettivo è ora trasformare la mobilità in cassa integrazione
PISA. Nessun futuro pisano per la Carlo Colombo spa.
È questa, in estrema sintesi, la posizione che i rappresentanti dell'azienda leader nel mercato nazionale ed internazionale dei semilavorati in rame hanno ribadito ieri al tavolo convocato dal Ministero per lo Sviluppo Economico per cercare di trovare uno sbocco alla vertenza che coinvolge i 68 operai impiegati nel sito produttivo di Ospedaletto.
Il nuovo piano industriale (che sarà probabilmente approvato nella seduta del cda del prossimo 22 luglio) elaborato dalla società controllata dalla Jv Copper spa - una joint venture paritetica tra Glencore Internation, multinazionale anglo-svizzera dell'industria estrattiva, e un pool di 21 banche, entrati nella società nel 2008 dopo aver partecipato ad un precedente percorso di crisi - non prevede alcun futuro per lo stabilimento di via Bellatalla, che andrebbe incontro alla definitiva chiusura dopo la sospensione della produzione dello scorso gennaio.
Il prossimo 17 luglio scade la procedura di mobilità aperta a fine aprile e per sindacati ed istituzioni resta poco più di un mese per convincere l'azienda ad evitare i licenziamenti. La proposta avanzata dai rappresentanti dei lavoratori (Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Failms-Cisal), dalla Rsu della fabbrica di Ospedaletto, dai rappresentanti della Regione e del Ministero e dall'assessore comunale al lavoro Giuseppe Forte, che ieri si sono ritrovati a Roma per il secondo confronto in sede ministeriale con i vertici della società, prevede di trasformare la procedura di mobilità in un accordo per la concessione temporanea della cassa integrazione per un periodo massimo di dodici mesi.
Sindacati ed istituzioni cercano in pratica di prendere tempo per cercare una soluzione alternativa alla chiusura del sito e al licenziamento di tutta la forza lavoro. La vendita o la trasformazione del sito produttivo, le uniche strade al momento percorribili.
«La società ha ribadito l'impossibilità di una ripartenza del sito di Pisa - specifica Raimondo Feliciano della Fiom-Cgil -. Abbiamo invece riscontrato l'impegno concreto da parte del Comune e della Regione ad esplorare e cercare soluzioni diverse rispetto ai piani della società». Per farlo occorre però tempo. L'azienda è chiamata ora a valutare la proposta di sindacati ed istituzioni, che hanno chiesto un nuovo incontro in sede ministeriale entro la fine del mese. Dopo gli operai pisani, che questa mattina si riuniranno in assemblea con i rappresentanti sindacali, a tremare sono anche i circa 140 lavoratori impiegati nello stabilimento di Pizzighettone (dove la società ha anche la sede legale) per un futuro che appare molto incerto. All'incontro di ieri hanno partecipato anche i rappresentanti sindacali del sito lombardo e una rappresentanza della Regione Lombardia per cercare di capire i piani della società per lo stabilimento della provincia di Cremona, sul quale la crisi che ha colpito il sito pisano potrebbe avere ripercussioni negative.
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