Sicurezza
«Ai giovani dico di credere sempre nei valori della pace»
CASCINA. Dario Cristinelli rimase ferito, il 25 giugno 2012, in seguito a un'esplosione in un campo d'addestramento della polizia afghana ad Adraskan, nell'Afghanistan occidentale. Il maresciallo dei...
CASCINA. Dario Cristinelli rimase ferito, il 25 giugno 2012, in seguito a un'esplosione in un campo d'addestramento della polizia afghana ad Adraskan, nell'Afghanistan occidentale. Il maresciallo dei carabinieri aveva 37 anni. Originario di Lovere in provincia di Bergamo, a San Lorenzo alle Corti era effettivo alla seconda Brigata mobile di Livorno. Rimase ferito (insieme a un collega) nell'esplosione che costò la vita al carabiniere scelto Manuele Braj, sposato e con un figlio di 8 mesi. Ieri, durante la festa dell’Arma a Pisa, il prefetto Attilio Visconti, gli ha consegnato, insieme al comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Andrea Brancadoro, la medaglia d’oro al merito. Un riconoscimento che arriva a pochi giorni di distanza da un’altra onorificenza del Presidente della Repubblica.
Ci sono giorni che non si dimenticano... Come ricorda la tragica mattina del 25 giugno 2012? Quando ha saputo che nell'esplosione era morto un suo collega?
«È sempre vivo in me il ricordo di quella tragica mattina. Dalla nostra base ci eravamo recati nell'area addestrativa all'interno della base di Adraskan, a 60 km da Herat, e dopo aver eseguito le procedure di controllo e sicurezza al poligono di tiro, abbiamo preso le nostre posizioni e iniziato l'attività di supervisione delle esercitazioni a fuoco al poligono della locale base. Dopo circa mezz'ora di lavoro, siamo stati investiti dalla devastante deflagrazione causata dall'impatto di un razzo esploso da appartenenti a cellula terroristica contro la garitta di osservazione. Causò in due militari gravissime lesioni mentre il terzo venne investito mortalmente. Dai primi istanti ho capito che Braj era morto. La potente esplosione ci aveva sbalzato fuori dalla garitta, ci siamo ritrovati uno sopra l'altro. Anche se ero completamente "paralizzato", l'unica cosa che sono riuscito a fare è stata urlare. Ho chiesto aiuto. Sotto di me c'era un collega: ho capito subito cosa era successo...».
Dove è stato ricoverato dopo l'attentato? E dopo quanto tempo è riuscito a rientrare in Italia?
«Sono stato trasportato nell'infermeria della base dove mi hanno tamponato le ferite in attesa dell'arrivo dell'elicottero che mi ha trasportato al presidio sanitario "Role 2" di Shindand. In urgenza sono stato sottoposto ai primi interventi di riduzione e stabilizzazione del politrauma. Poi sono stato trasferito al "Role 3" di Baghram e al "Role 4" di Ramstein (ospedali militari). Il primo luglio siamo giunti in Italia dalla Germania con la 46ª Brigata Aerea di Pisa, trasferito al policlinico militare "Celio" di Roma».
Quando ha deciso di partecipare alle missioni all'estero ha fatto una scelta di vita. Lo farebbe di nuovo? Dopo l'attentato di Nassirija, da cui era scampato perché in licenza, non aveva mai pensato di lasciare questo lavoro?
«L'Arma dei carabinieri ha individuato alcuni reparti per svolgere le missioni all'estero. In prevalenza chi svolge questa attività proviene dalla Seconda Brigata Mobile Carabinieri di Livorno di cui facevo parte. Ho iniziato, dopo una fase di preparazione e selezione interna, la mia esperienza lavorativa all'estero: in Albania, Bosnia, Kossovo, Iraq ed Afghanistan; 8 missioni complessive. Dalla mia prima missione nei Balcani ho sempre creduto nel lavoro svolto in favore delle popolazioni locali, animato dalla voglia di portare democrazia e speranza di un futuro migliore in Paesi martoriati dalle guerre e dalle dittature. Non ho mai messo in discussione il lavoro che svolgevo nonostante i sacrifici e i rischi che comportava. Dopo essere scampato all'attentato di Nassirija, sono ritornato in quella città per continuare a svolgere i compiti di peace-keeping animato dal credo e dagli obiettivi della missione».
Ora, per i postumi dell'esplosione, è stato iscritto nel ruolo d'onore dell'Arma. Come è cambiata la sua vita? Che cosa le piacerebbe fare? Ci sono cose che rimpiange di non avere potuto fare?
«I postumi lasciati dalle ferite dell'esplosione non mi hanno consentito di restare in servizio attivo. In questo modo mi sento sempre un carabiniere anche se ho dismesso la divisa. La mia vita è cambiata, non è facile ritrovarsi all'improvviso con delle invalidità con cui devi convivere, ma che riesco ad affrontare quotidianamente grazie all'affetto d al sostegno della mia famiglia e di tutte le persone che mi vogliono bene. Penso di aver sempre dato il massimo professionale e umano: non ho nulla da rimpiangere.
Pochi giorni fa ha ricevuto, nel corso di una cerimonia a Firenze, la Croce d'onore destinata alle vittime del terrorismo. Ora le è stata consegnata un'altra onorificenza, a Pisa. Crede che la sua storia, possa essere d'esempio per i giovani?
«Sono onorificenze che per un carabiniere, hanno un grande valore. Riconoscono il sacrificio, il senso del dovere e la dedizione al servizio. In questo momento desidero ringraziare mia moglie Martina che ha sempre condiviso i sacrifici del mio lavoro affrontando con carattere anche i giorni difficili successivi all'attentato (dato che era anche in attesa del secondo figlio). L'altra mia famiglia, quella dell'Arma dei carabinieri, che dal primo istante dall'evento ci è stata vicina. Un grazie va a tutti i dottori del policlinico militare che hanno eseguito i molteplici interventi chirurgici; al dottor Emanuele Giannini e a tutto il suo staff del Kinetic Center di Pisa per il percorso fisioterapico svolto. Un particolare grazie lo rivolgo al comandante Generale dell'Arma, Tullio Del Sette, che all'epoca dei fatti era il Comandante della Divisione Unità Mobili e Specializzate dell'Arma di cui la Seconda Brigata fa parte. Come un padre, con la sua costante presenza e vicinanza ha reso più sopportabile ogni dolore e sofferenza, dandomi la forza per affrontare i giorni più difficili della mia vita.
Ai giovani colleghi mi permetto di dire che non devono smettere di credere nei valori della democrazia, della giustizia, dell'onestà, della lealtà, della pace nel mondo e in tutto ciò che garantisce un futuro e un mondo migliore ai nostri figli e alle nuove generazioni e di non smettere mai di credere nell'Arma perché più di 200 anni di storia l'hanno resa una grande famiglia che c'è sempre, sia per occuparsi della sicurezza degli italiani sia per preoccuparsi del destino dei suoi figli, anche quando si tratta di sostenere ed assistere noi vittime del dovere».
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