Il dolore
Molla lo stakanovista della protesta
Dopo 16 anni di militanza attiva Federico Giusti lascia i Cobas. «È fallito il progetto»
PISA. È sempre stato lì. Accanto ai lavoratori. All'esercito di precari. Di studenti, operai e insegnanti. In piazza per difendere il popolo degli emarginati e delle persone in difficoltà. Dipendenti pubblici o privati. Sfrattati o disoccupati. Che si trattasse di uno sciopero, di una vertenza, di uno sfratto o di una manifestazione per strappare qualche diritto in più, Federico Giusti c'è sempre stato. Sui posti di lavoro, nelle scuole o nelle campagne sociali. Con la sua bandiera rossa ha attraversato piazze, fabbriche e spazi sociali. In nome di un'altra idea di società. Ai tavoli di trattativa ha incarnato lo spirito alternativo alle organizzazioni confederali caro al sindacalismo di base. Alternativo e di rottura.
Ma la spaccatura questa volta si è consumata all'interno dell'organizzazione di via San Lorenzo. Dopo 16 anni di militanza attiva, Giusti ha lasciato i Cobas. Con una lettera al vetriolo che mette nero su bianco l'incapacità dell'organizzazione sindacale di farsi spazio nei nuovi conflitti sociali, nei modificati rapporti tra lavoratori, datori e sindacato e dei moderni modelli di sviluppo.
Che si tratti di un addio o di un temporaneo congedo non è dato saperlo. Di sicuro, Giusti ha meditato a lungo su questa separazione, maturata anche all'indomani della mobilitazione dello scorso 29 aprile contro il premier Renzi (che doveva essere ospite dei laboratori pisani del Cnr) e del suo governo. Continuerà le sue battaglie all'interno del Comune di Pisa, di cui è dipendente, in qualità di delegato Rsu indipendente.
«Il progetto Cobas è fallito - dice senza troppi giri di parole -. Non volerlo riconoscere è un grave errore». «È fallita l'autorganizzazione: ogni vertenza sociale, sindacale e politica ha bisogno non solo di spontaneismo, ma di progettualità e di percorsi organizzativi che scaturiscono da un'analisi della fase, oggi inesistente».
Stakanovista della protesta, strenuo difensore dei diritti. Dei lavoratori e non. Giusti ha attraversato oltre un decennio di lotte sociali e sui posti di lavoro, diventando leader locale di quella organizzazione di cui non ne condivide più le strategie. «È fallita la logica di rinchiudersi in ambito territoriale disconoscendo le scelte dell'organizzazione nazionale con una classe dirigente inamovibile, supponente e incapace di dialogare con altre realtà, rivolta ai fasti, veri o presunti che siano, del passato, ma incapace di guardare al presente e al futuro - dice -. Per vivere, la logica territoriale ha bisogno di autonomia organizzativa e di una strategia che non può essere solo sindacale, ma svilupparsi all'interno del territorio su problematiche sociali, culturali e con una visione politica più complessiva. Demandare ad altri soggetti, di movimento o presunti tali, il compito di costruire l'opposizione politica al governo del territorio e a quello nazionale è il risultato di una desolante resa politica, come accaduto nelle giornate che hanno preceduto e seguito il 29 aprile a Pisa».
Per Giusti non è più sufficiente il ruolo di solo consulente sindacale, ma occorre «guardare al territorio e alle sue contraddizioni, alle vertenze aziendali e alle contraddizioni sociali e lo strumento Cobas è ormai inadatto a svolgere questo compito».
«È stata un'esperienza importante nella quale molti hanno creduto spendendosi attivamente con un lavoro quotidiano faticoso, spesso portato avanti nel disinteresse di parti significative della stessa organizzazione che ben poco si è spesa per la costruzione di un sito, per la propaganda sui social network, per la costruzione di un'area culturale e sociale di riferimento, per un dibattito portato avanti con iniziative editoriali e aperto alla città, non ad uso e consumo di singole aree politiche - prosegue Giusti -. Il sindacato di base non è riuscito seriamente a radicarsi nei luoghi di lavoro e a diventare un soggetto di massa: si è diviso in mille sigle riproponendo logiche e pratiche analoghe a quelle dei gruppi politici degli anni Settanta. È una scelta sofferta, ma inevitabile per recuperare autonomia progettuale e per non dovere più mediare con settori di movimento che si prefiggono la distruzione tout court dell'iniziativa sindacale o intendono renderla subalterna a interessi di piccole aree. Esco da quest'esperienza con amarezza, ma arricchito sotto ogni aspetto».
Danilo Renzullo
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
