Toscana
Prosegue ad oltranza il presidio degli operai alla “Carlo Colombo”
Si vuol evitare che l’azienda trasferisca a Pizzighettone le nuove tecnologie che si trovano nella fabbrica pisana
PISA. Prosegue ad oltranza il presidio degli operai della Carlo Colombo spa. Dentro e fuori allo stabilimento di Ospedaletto si concentrano la rabbia e le preoccupazioni dei 68 dipendenti pisani della società leader nel mercato nazionale ed internazionale dei semilavorati in rame che la proprietà (l'azienda è controllata dalla Jv Copper spa - una joint venture paritetica tra Glencore Internation, multinazionale anglo-svizzera dell'industria estrattiva, e un gruppo di banche - che ha acquisito la maggioranza del pacchetto azionario dopo aver partecipato ad un precedente percorso di crisi) ha deciso di chiudere, aprendo le procedure di mobilità per tutta la forza lavoro, ufficializzando la decisione con un fax di sette pagine inviato lunedì scorso ai sindacati.
Dopo sette anni intervallati da cassa integrazione e contratti di solidarietà (gli ultimi ammortizzatori sociali sono scaduti lo scorso 30 aprile), applicati per cercare di risollevare le sorti dell'azienda con sede legale a Pizzighettone (144 addetti), tutta la forza lavoro impiegata in via Bellatalla rischia il licenziamento. Restano poco più di due mesi per cercare una soluzione. I sindacati, entro una settimana, dovranno chiedere un incontro all'azienda per iniziare quella che si annuncia una lunga e complicata vertenza. La Regione Toscana, su richiesta del Comune di Pisa, ha chiesto l'apertura di un confronto al Ministero dello Sviluppo Economico, dove era già attivo un tavolo per cercare di risolvere la crisi aziendale che dura ormai da alcuni anni, ma che la società ha bypassato annunciando l'imminente chiusura, giustificata con «la crisi economica internazionale degli ultimi anni, la costante e progressiva concorrenza e l'aumento del costo dell'energia che hanno causato una forte riduzione della marginalità».
Eppure, nonostante la crisi, la società ha mantenuto la posizione di leadership nel mercato dei semilavorati in rame in Italia (nel 2013, secondo gli ultimi dati disponibili, il 64% dei prodotti è stato commercializzato nel territorio nazionale, il 25% nei Paesi dell'Unione Europea, il 6% nel resto d'Europa e il 5% nel Nord Africa) e la settima posizione a livello mondiale. Nell'ultima settimana, la società ha acquistato dall'estero circa 700 tonnellate di rame già lavorato per far fronte alla richiesta. Gli spazi commerciali per mantenere almeno al minimo la produzione, secondo gli operai ci sarebbero, ma per la società non sono abbastanza ampi per il sito di Pisa dove i costi - soprattutto energetici - sono molto più alti rispetto allo stabilimento lombardo nonostante gli ammodernamenti che a partire dal 2013 sono stati apportati alla fabbrica di Pisa con investimenti ultramilionari. Per i dipendenti, oltre a lottare per la difesa dei posti di lavoro, l'obiettivo è quello di evitare colpi di mano dell'azienda, che potrebbe essere intenzionata a trasferire alcuni dei macchinari e delle nuove tecnologie impiegate a Pisa nello stabilimento di Pizzighettone ed in particolare i costosi filtri per l'abbattimento delle emissioni inquinanti nell'atmosfera di cui è privo il sito industriale lombardo.
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