Il Tirreno

Pisa

Primo maggio di lotta alla “Carlo Colombo”

di Danilo Renzullo

La proprietà vuol chiudere la sede di Ospedaletto, che impiega 70 dipendenti Domattina presidio davanti alla fabbrica, poi via all’assemblea permanente

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PISA. Sarà un Primo Maggio di lotta e di speranze per gli operai e i dipendenti della Carlo Colombo spa. E la battaglia per opporsi alla ventilata chiusura dell'azienda leader nel mercato nazionale ed internazionale dei semilavorati in rame continuerà ad oltranza con presìdi e un'assemblea permanente all'interno dello storico stabilimento industriale, la cui proprietà ha deciso di sbarrare. La (quasi) definitiva chiusura del sito di Ospedaletto che impiega oltre settanta dipendenti è stata comunicata venerdì scorso alla Fiom-Cgil dai rappresentanti dell'Unione Industriale. A nulla sono valsi gli sforzi per tenere in vita la fabbrica di via Bellatalla: la decisione ha reso vani la lunga trattativa sindacale e i tentativi presso il ministero dello Sviluppo Economico di ricucire i rapporti ormai logori all'interno del cda. Polverizzati anche i sacrifici dei lavoratori, dall'aprile 2015 in regime di solidarietà. All'applicazione dell'ammortizzatore sociale, il cui periodo è terminato ieri, seguirà l'invio delle lettere con le quali la società dichiarerà l'apertura delle procedure di mobilità per tutta la forza lavoro. Tradotto: licenziamento collettivo (sindacati e ministero avranno 75 giorni per convincere l'azienda a fare un passo indietro) e cancelli chiusi.

La produzione nel sito pisano della società (prima in Italia nel settore dei semilavorati in rame) con sede anche a Pizzighettone (144 addetti), è stata interrotta all'inizio dell'anno in attesa di una soluzione definitiva, sulla quale hanno prevalso la crisi del comparto, la concorrenza spietata, un debito che sfiora i 200 milioni di euro e lo scontro all'interno del cda tra chi avrebbe voluto provare a salvare la produzione e chi a recuperare parte dei debiti con la messa sul mercato dello stabilimento e dei macchinari. Dopo il fallimento del piano industriale, che avrebbe dovuto rilanciare l'attività, elaborato alcuni anni fa dalla Glencore, multinazionale anglo-svizzera dell'industria estrattiva entrata nella società dopo aver partecipato al precedente percorso di crisi acquisendo la maggioranza delle azioni, e da un gruppo di 16 banche (che ha invece rilevato la minoranza), la multinazionale ha manifestato l'intenzione di predisporre un nuovo progetto di rilancio. Su questa, ha invece prevalso la linea degli istituti di credito, intenzionati invece ad avviare una procedura fallimentare o, in alternativa, a ridurre al minimo le attività mantenendo attivo il solo sito di Pizzighettone e cercare di recuperare il più possibile dalla vendita dello stabilimento pisano e dei suoi macchinari, mettendo così fine alla produzione dell'ex Colata Continua Pisana, nata nel 2003 dalle ceneri delle ex Fonderie Pisane e nel 2009 inglobata nella Carlo Colombo. Per ripartire sarebbe stata necessaria una ricapitalizzazione di circa 75 milioni di euro per ripianare i bilanci.

«A pesare di più - sottolinea Feliciano Raimondo della Fiom di Pisa - è però quel buco di oltre 200 milioni di euro accumulati negli anni passati. Ci attiveremo con il ministero dello Sviluppo Economico per cercare di convincere la società a fare un passo indietro, sperando di ottenere anche l'aiuto delle istituzioni locali». Una manifestazione prevista per domani mattina davanti ai cancelli della fabbrica darà il via alla battaglia per la difesa dei posti di lavoro, per i quali sarà proclamata anche l'assemblea permanente all'interno dello stabilimento.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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