Italia
La cena, i rifiuti in quella favela fra gli invisibili
Viaggio dentro la baracca in cui abitava la bimba di 3 anni morta a Calambrone
PISA. L'insalata lavata e sistemata in una scodella. Un peperone a pezzi accanto ad una melanzana affettata pronta per essere arrostita su un vecchio barbecue arrugginito o su una delle piastre adagiate su un paio di pietre nel bel mezzo di quello che, nell'immaginario di quelle diverse esperienze diventate famiglia, sarebbe dovuto essere un piccolo giardino in cui la boscaglia che avanza è frenata dai fuochi appiccati per cucinare o per riscaldarsi.
È tutto quel che resta, su un tavolo di legno adagiato nel mezzo di un cortile coperto da una tettoia consumata dal tempo e dalla ruggine, di quella che sarebbe dovuta essere una cena fugace a conclusione di una giornata normale, se così può essere definita l'ennesima serata scandita da violenze ed eccessi interrotte mercoledì scorso dalla tragica fine della piccola Samantha.
Il suo cuore ha smesso di battere nel mezzo di questo tugurio dove la sua breve esistenza ha dovuto fare i conti col degrado ambientale ed umano, i cumuli di rifiuti dai quali spiccano giocattoli usurati dal tempo e dall'incuria e l'abbandono di un pezzo di territorio che sembra terra di nessuno.
L'ingresso principale, il cui accesso è su una via sterrata che conduce ad una casa abbandonata, è protetto da una staccionata di legno azzurra e da una porta di lamiera verde. «Area in sequestro penale», hanno scritto a penna i carabinieri su un foglio di carta. Pochi centimetri sotto un cartello avvisa della presenza di un cane addestrato.
A popolare l'ex pizzeria trasformata in un rifugio di fortuna è però solo un gatto che scorrazza avanti e indietro tra i cumuli di rifiuti, vestiti, scarpe e decine di bombole del gas. Un silenzio irreale avvolge la struttura. Si affaccia su Viale del Tirreno, al confine con il territorio livornese, e la quiete è rotta ogni tanto dal tintinnio dell'acqua che senza sosta sgorga da un piccolo tubo di plastica per finire dentro ad un vecchio lavabo sistemato in un angolo della struttura che un tempo ospitava probabilmente la cucina del locale.
Tutt'intorno, solo vecchi oggetti, copertoni, materassi e decine di paia di scarpe che quasi sommergono, insieme a numerose stoviglie, il cortile che ospita anche il vecchio forno a legna della pizzeria. Oggetti che raccontano di esistenze vissute ai margini e fatte di espedienti.
Al centro dello spiazzo un vecchio tavolo con la cena quasi pronta da consumare. A terra un sacchetto di tela con due confezioni di funghi champignon.
A pochi metri di distanza una baracca di legno adibita a stanza da letto. L'elettricità assicurata da un generatore a benzina, che distribuiva corrente attraverso decine di cavi sospesi, e i servizi igienici rappresentati da un vecchio water in una sorta di cabina in cemento senza porta né finestre. Intorno rifiuti ed insetti.
All'esterno una gabbia per uccelli disabitata e un orologio che indica le 10,47. Fermo. Come il tempo che in questa zona sembra non passare mai. Di fronte al tugurio dove si è spenta la piccola Samantha, un altro rifugio che in passato è stato trasformato in una casa, oggi chiusa e "blindata" da lucchetti e barriere di compensato. Accanto un bagno pubblicizza l'affitto di ombrelloni e chalet. Contrasti e contraddizioni di un territorio al confine tra Pisa e Livorno dove la vita di Samantha non è riuscita a raggiungere quel livello minimo di dignità che dovrebbe essere assicurato a tutti i bambini.
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