Il Tirreno

Pisa

lotta ai vandalismi

Scritte sui muri, la città indifesa chiede aiuto

di Francesco Loi
Il cantiere per la rimozione delle scritte alla Normale
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Il cantiere per la rimozione delle scritte alla Normale

Lo sfregio alla Normale evidenzia il fenomeno. Telecamere: uso e limiti. Un piano per Borgo

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PISA. Nel nuovo contratto per la manutenzione e la pulizia di strade e luoghi cittadini un capitolo apposito riguarda proprio le scritte abusive. Che «saranno georeferenziate - si legge tra i compiti affidati dal Comune alla società Avr - così da rendere più efficace il sistema di segnalazione, programmazione e rimozione». Ma la lotta contro le scritte sui muri (e sui monumenti) in città dà l’impressione di una montagna pressoché impossibile da scalare, tra maleducazione ed autentici vandalismi. Il caso della Scuola Normale, con le scritte in arabo e la svastica rovesciata, oltre a creare allarme in questo clima, ha riproposto il problema. Nessuna zona del centro della città sembra immune. Basta fare un giro intorno alla Normale, dove intanto le scritte sono state cancellate, per avere più di una prova (lo testimoniano le foto di questa pagina).

Telecamere e limiti. Di recente, il Comune ha avviato una campagna contro il degrado, mettendo nel mirino mozziconi di sigaretta e cartacce gettate per strada. A chi viene beccato, multa salata. Sulle scritte, il compito affidato ad Avr è soprattutto di ripristino. Ovvero si interviene a cose (danni) fatte. Ma prima? C’è una sola possibilità: cogliere sul fatto il writer-vandalo, che agisce di notte, rendendo tutto più complicato, e infatti di casi del genere non se ne ricordano. L’altro lato della medaglia sono le telecamere di videosorveglianza. Utilizzate dai carabinieri per incastrare il presunto responsabile delle scritte che imbrattarono la statua in piazza del Carmine e la fontana di piazza delle Vettovaglie. Ma altre volte, si racconta, «si vede solo qualcuno incappucciato e di spalle». Le condizioni per restare impunito.

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Le denunce. Sono poi da considerare i lacci della burocrazia. Il Comune, ad esempio, può intervenire solo sugli edifici di sua proprietà. A meno che le frasi vergate sui muri siano particolarmente ingiuriose: in questi casi può denunciare il fatto alla Procura della Repubblica ed intervenire direttamente. L’arma della denuncia, per attivare l’inizio di indagini, è stata usata pochi mesi fa dopo le scritte vandaliche in Logge di Banchi e sulla statua di Leopoldo I in piazza Martiri della Libertà. Da novembre ad oggi sono in totale cinque le denunce presentate alla Procura da parte di Palazzo Gambacorti.

Rimozione in Borgo. A proposito delle attività di rimozione delle scritte, la scorsa primavera era stato avviato un servizio straordinario per ripulire mura e monumenti da scritte e affissioni abusive, dalla patina nera di sporco e da ogni genere di imbrattature. Oggetto i loggiati dalla Stazione a piazza Vittorio Emanuele II, dopo un accordo che coinvolgeva anche le Poste. Dal Comune preannunciano un intervento simile nelle prossime settimane per Borgo Stretto, sotto il coordinamento dell’Ufficio ambiente.

Appello-accusa. Lo sfregio alla Normale è un’offesa alla città. Ma il problema non è di oggi. Circa sette anni fa una bomboletta di spray nero tracciò la scritta “Pisa m...” sulla facciata della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, trovando poi il bis sui marmi della Chiesa della Spina. Un paio di anni fa l’allora prefetto Tagliente annunciò la costituzione di una task force. «Il fenomeno è di tale dimensione, a Pisa come in altre città universitarie-turistiche, che per fare qualcosa - ha scritto il sindaco Marco Filippeschi su Facebook - occorre un grande investimento di forze e risorse: per i controlli; per contrastare gli abusi; per creare alternative d’uso della piazza (ma non si potrebbe mai fare qualcosa ogni sera)». La sostanza è che «il Comune da solo non ce la può fare. Anche per una battaglia culturale contro le cattive abitudini servirebbero forze in campo che dicessero parole chiare, di condanna, di richiesta di cambiamento, senza nascondersi dietro scusanti o scarichi di responsabilità “all’italiana”». Un appello, un grido d’aiuto. Ma anche un’accusa a chi sta in silenzio.

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