Il Tirreno

Pisa

il commento

In curva e in tribuna la città ritrova l'orgoglio perduto

di MARIO NERI
L'esultanza per la vittoria con la Spal (foto: Fabio Muzzi)
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L'esultanza per la vittoria con la Spal (foto: Fabio Muzzi)

Grazie alla vittoria del Pisa con la Spal, il calcio diventa specchio di un'intera comunità, spazio di riconoscimento e anche di formazione

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PISA. Non era una partita decisiva per il campionato, non era uno spareggio per una coppa, non era neppure una disfida con gli odiati fiorentini. Certo, in campo all’Arena i nerazzurri affrontavano la capolista e la prospettiva di sconfiggere il migliore non ha mai solo il fascino che ha battere un primato, seppure effimero, ma incarna soprattutto l’irresistibile tensione a superare se stessi: la cima della classifica nel calcio è come una vetta per lo scalatore, ciò che l’orizzonte nasconde all’esploratore, la parola perfetta per il poeta, la sfida all’ignoto, il folle volo della conoscenza che per realizzarsi è disposta a spostare i confini e a misurarsi col niente, la sconfitta appunto.

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Ma no, non è stato questo il propellente dei sogni, non sono stati soltanto i giocatori, il pallone, il big match a trascinare 10mila pisani allo stadio. Questo è ciò che scandisce i battiti dello sport, il suo corso di emozioni, gioie e delusioni collettive, il suo flusso ordinario di continue oscillazioni, di montagne russe adrenaliniche, la sua educazione sentimentale. Ieri lo sport è uscito dai suoi binari abituali e - come capita a certe leggende - la miscela delle emozioni ha trasformato l'Arena in una sineddoche, la parte per il tutto. Dimenticate la Torre, i lungarni, i palazzi del centro. «Il Pisa è una fede», ha scritto un tifoso su uno striscione. «Pisa uniti». Singolare e plurale insieme, senza punti, virgole, un tutt'uno. Piaccia o non piaccia, Pisa ieri era lo stadio, i suoi confini spostati di chilometri, la sua anima tuffata e geolocalizzata in un solo punto del mondo. «Pisa uniti». La squadra e i suoi tifosi, la città e i suoi figli.

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Travolta da una crisi di valori e riferimenti, prima ancora che di sistema, la comunità si è riconosciuta e si è manifestata all’Arena. Ha cercato ed espresso lì il suo orgoglio identitario di croci pisane, di bandiere rosse e bianche, di stendardi nerazzurri. E lo stadio - in una città attraversata da una conflittualità esplosiva per la microcriminalità alimentata dagli stranieri - sembra ormai anche l’unica culla di riconciliazione e di convivenza, una zona franca delle frizioni sociali. Accanto alle bandiere del Pisa, sventolano quelle della comunità albanese che vive al Cep, quelle dei senegalesi ospitati in una delle curve "di sinistra" e antirazziste più famose d’Italia insieme a Livorno e Perugia.

Fuori dalle retorica del panem et circensens, il calcio e la sua arena sono uno specchio, uno spazio di riconoscimento popolare e individuale, perfino un luogo di formazione. Ancora: piaccia o non piaccia, è così. Solo certi concerti, certe rockstar del Novecento hanno saputo indentificarsi con le generazioni che hanno raccontato, in qualche modo assorbendone il malessere e le irrequietudini. Questo effetto aggregante non si materializzerebbe mai in uno stadio di serie A, uno dei templi della domenica semi deserta, della società liquida, e del tifo globalizzato dalle solitudini televisive. L’identità è il faro che guida le comunità, lo stadio la nave con cui ritrovarla.

In serie A non vedreste mai due ragazzini di dieci anni salire sulle spalle dei padri a fine gara per gridare la propria gioia verso il campo, verso dei giocatori che non sono né Mario Balotelli né Leo Messi, ma solo giovani mal pagati di una categoria troppo spesso maltrattata dai piccoli affaristi e partite vendute con una giocata alla Snai. Poco importa, quei giovani portano addosso la storia e i colori del Pisa, i loro colori, del vicino di casa, del compagno di classe, di gente che ogni giorno fa la loro stessa strada, che è cresciuta con gli stessi indimenticabili tramonti, alzando un po' il petto ad ogni passeggiata sotto la Torre, arricciando un po' il naso di fronte ad un turista venuto da Oxford («Sì, ma noi ci s'ha la Normale»), facendo lo struscio in Corso Italia. Di gente che è salita, sale e salirà sulle spalle dei padri per raccoglierne la stessa eredità. Per dire io c'ero, io sono pisano.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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